Volevo cominciare a scrivere qualcosa il giorno dopo il mio compleanno, così avrei potuto iniziare con “Ieri era il mio compleanno e mi è successo questo”. Sapevo anche cosa dire. Era così facile. Ma poi ho perso tempo. Cioè ho fatto altre cose, tipo andare in Delaware e stuff like that. Comunque.
Ah
si, il tempo. Beh ecco non ho avuto tempo, quindi ho cominciato oggi che è il 3
luglio. Un mio caro amico mi ha consigliato di scrivere qualcosa del mio
periodo qui, perché se non scrivi non elabori e se non elabori poi non integri
e se non integri la confusione si accumula e poi ti ritrovi ad essere sempre
arrabbiata e a odiare tutti quelli che non sono te e a lamentarti sempre.
Al momento sono a Scranton, Pennsylvania. Starò qui fino a fine agosto e sono
ospite di una signora (Virginia, chiamata Ginny) che ho conosciuto l’anno
scorso in aereo per NYC. Probabilmente racconterò come è andata più avanti.
Giuro che non scriverò mai cose come “Ho cominciato questo blog perché è bello
condividere le esperienze della vita e viaggiare è fantastico”. Cercherò di
essere me, quindi a volte sarò banale. Non cercherò di non essere banale,
perché poi sarebbe tutto artificioso. I mean, tutte le volte che provi a “fare
l’alternativa” (come direbbe mio fratello) in realtà stai facendo quello che
fanno tutte le persone che vogliono fare le alternative. Come quando sono
andata al concerto di Calcutta (super alternativo, I know) e le persone erano
tutte vestite uguali, tutte con il classico outfit da “ah io sono superiore a
queste cose e non mi interessano i vestiti”.
In
realtà non penso ci sia qualcosa di alternativo a prescindere. Ci sono cose che
ti piacciono e che probabilmente piacciono anche a un altro miliardo di
persone, ma non sono schifezze a prescindere. E se piacciono ok, non ha senso
fare finta del contrario. Non penso che il fatto che una determinata cosa
piaccia a poche persone sia indice di qualcosa di nobile e superiore. Semplicemente
piace a poche persone.
Mi ci è voluto molto per accettare questa cosa, soprattutto perché quando dici
alle persone che ti piace Justin Bieber e che ami Gossip Girl, loro ti guardano
con enorme delusione e ti riempiono di “ma da te non me l’aspettavo mica!!”,
neanche avessi detto che mi faccio di coca.
Come se dire che
-il mio gruppo preferito sono i Bon Iver
-mi piace la pioggia
-adoro leggere mentre bevo un tè caldo
-mi metto jeans strappati e all star nere
-adoro il mare d’inverno
non fosse banale allo stesso modo. Sono elementi che piacciono a milioni di
persone. Eppure sono ancora considerate “cose alternative”. Madonna santa.
Potrei
andare avanti a scrivere di questo argomento per ore e pagine infinite, ma non
volevo farlo oggi.
“Ma quello che ci piace è sempre influenzato dalla società e dalla cultura in
cui viviamo e blablabla” NON OGGI.
Andiamo
avanti. Btw ci sono mille argomenti di cui vorrei parlare qui. Farò liste
(perché amo fare liste), scriverò flussi di coscienza nonsense, condividerò
cose che sento il bisogno di condividere, perché lo sanno tutti che happiness
is real only when shared. Farò playlist perché è una di quelle cose che vorrei
fare da grande, e poi perché una playlist è una lista. Penso metterò foto e bo,
qualcos’altro.
Lo so che ho un vocabolario povero, scusate. Cerco sempre di spaziare con i
vocaboli ma mi ritrovo a dire le solite tre cagate usando “cosa”, “cioè” e
“comunque”.
L’argomento di oggi è legato al mio compleanno, ecco perché avrei voluto
scrivere tre settimane fa. Molti messaggi di auguri mi hanno fatto pensare. Erano
numerosi quelli che dicevano “Quando tornerai
sarai piena di tante cose”/ “porterai un sacco di belle esperienze a casa”/
”Goditi il tempo che passi lì, avrai tante cose da raccontare quando tornerai”.
Ho ringraziato tutti sinceramente, perché sono dei bei pensieri e bisogna
sempre ringraziare quando qualcuno ti pensa e te lo dice pure. Ma non è
esattamente quello che penso io.
Il punto è che non sento il bisogno di portare a casa qualcosa, non è una
spedizione coloniale, dove si prendono le emozioni e le esperienze e poi le si
porta a casa per mostrarle a chi è rimasto. Non funziona così. Io adesso vivo
qui e vivo con le persone, le vedo e ci parlo e scambio qualcosa sempre, anche
se quando lo faccio non me ne rendo conto. Sono qui e basta, come prima ero lì.
Nessuno prima di partire mi ha detto “chissà quante belle cose porterai là”. Ma
io porto qualcosa ogni giorno. Non so se mi sono spiegata. Non so se sono stata
chiara. “Ma certo che sei Chiara!”. Sorrido sempre a questa battuta, è un
riflesso incondizionato. Ovviamente non fa ridere, ma viene naturale essere
educata (in questo caso). Se conosco bene l’interlocutore però aggiungo anche
un “mmm sai che sei il primo a farmi questa battuta”. Se la persona in
questione non coglie il sarcasmo, la depenno dalla mia lista mentale di persone
con le quali è interessante passare più di 5 minuti insieme. Ma questo non c’entra. Cosa stavo dicendo?
Ah si, che non sono qui per aprire il frigo e prendere quello che mi piace e poi tornarmene in camera e chiudere la porta, tutti fuori. Certo, ho fame, voglio vedere e voglio conoscere, ma non sono vuota. Posso riempirmi di più, fare spazio per le cose nuove. È importante chiedersi sempre “E tu cosa puoi portare in tavola?”. Il mondo è una tavola e il meglio che tu possa fare è portare qualcosa, guardare cosa c’è già sopra e poi cambiare i posti. Io porto quello che sono, quello che so, dove sono stata e dove voglio andare. È sempre uno scambio. Ovviamente giudico (è impossibile non farlo) ma cerco di farlo con il cuore aperto, cercando di capire le cose.
Elenco alcune domande che mi sto facendo spesso qui, che sono sicura abbiate sentito altre diecimila volte, ma ve l’ho detto che sono banale.
– perché nessuno va in bici? Perché hanno strade larghe 500 metri e non ci mettono la pista ciclabile?
– perché devono mettere le cannucce nel bicchiere quando sei in un ristorante/bar? Non serve la cannuccia, i bicchieri sono fatti apposta per bere, no?
– quando le persone entrano nei luoghi chiusi con l’aria condizionata a palla, davvero non sentono il freddo o fanno finta di niente? E come si fa a fare finta di niente quando in realtà vorresti metterti il woolrich?
– perché sono rimasti con un’idea dell’Italia del 1950? La globalizzazione non ha colpito pure loro? Non si possono informare? No, non ci piace l’opera e non mangiamo gli spaghetti con le meatballs. E non diciamo sempre Mamma mia. E non tutti amano cucinare. Potrei andare avanti all’infinito.
– perché chiedono sempre “How are you?” e poi non vogliono sentire la risposta?
-perché hanno tutti nomi inventati? E perché del nome Bryan ci sono seimila versioni? Brien, Braian, Bryen, Bryain, Brayan, I mean WHY??
-perché bevono il vino come se fosse acqua? E se te lo offrono alle 15 di pomeriggio (scusate, 3 p.m.) e declini l’offerta, perché dicono “ma come, voi italiani non bevete??”
-perché mangiano solo i mirtilli blu e perché costano così poco tutti i frutti di bosco? E perché la frutta e la verdura hanno forme perfette? Tu ti immagini una fragola nella mente, e la trovi così, perfetta.
Ovviamente sono tutte cose che mi fanno sorridere, continuare a fare paragoni con casa mia è inevitabile. In ogni conversazione mi ritrovo a dire almeno una volta “in italiano questo si dice così” oppure “in Italia non ce l’abbiamo questo”. Secondo me risulto pesante, ma loro sono carinissimi e non me lo dicono.
Mi piace l’idea che, anche se ormai tutti possiamo andare ovunque (o quasi), certe differenze rimangano. Quindi mi faccio domande e spesso rimango senza risposte, è semplicemente così. Ma mi adatto e non penso che il mio modo di vivere sia migliore, è semplicemente diverso. E qui non si pranza con la pasta e si cena alle 18. Ok, fine by me!
Sono andata oltre, non so dove sono andata, non so dove volessi andare.
Cerco di godere del tempo qui e del fatto che abbia 25 anni, perché invecchiare è un miracolo. Amo la pioggia (la amo davvero, non voglio fare l’alternativa) e quando c’è il sole cerco di pensare che magari qualcun altro è contento al mio posto. E quando bevo il caffè americano non penso “ahhh in Italia abbiamo il migliore caffè del mondo” sentendomi fiera. Non è merito mio se in Italia c’è una cultura del caffè di un certo rilievo, io sono semplicemente nata ed era così. Questo è un altro argomento che mi sta a cuore, vedrò di svilupparlo le prossime volte.
Vorrei tanto usare frasi come “Le persone si dividono in due: …” e “Non è tanto importante A, ma B” o ancora “Quello che importa è che alla fine della giornata..”. Vorrei tanto usarle, ma la verità è che io non so niente e ogni giorno mi sorprendo delle poche cose che so.
Finisco con una breve poesia che mi ha confortato nei primi giorni qui.
GLI ANNI MERAVIGLIOSI
Perché
il nostro unico nido
Sono le nostre ali
Erik Lindegren
Chiara
Oh yeah, go on 😀
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