Sono appena tornata a casa. Abbiamo passato una settimana in Delaware e comincio a scrivere perché ho paura di dimenticarmi le cose.
Mi spavento da sola a sentirmi chiamare “casa” Scranton. Soprattutto perché, aldilà della semantica, mi accorgo di provare realmente la sensazione di “tornare a casa”. Come quando non vuoi più stare tra le persone e dici alle tue amiche “Ok rega sono stanca e vado a casa”.
Mi sento come se avessi in qualche modo tradito la mia famiglia. Cerco un sinonimo di “tradire” che sembri meno melodrammatico: essere infedele, abbandonare, ingannare, imbrogliare, rinnegare. Ouch. Lasciamo tradire, penso sia chiaro il sentimento.
Mi contorco un po’ tra un malessere generale e i sensi di colpa, poi realizzo che in realtà chiamo la casa americana “la casa a Scranton” e la casa italiana “casa mia” o “casa casa”.
Fa tutta la differenza del mondo.
Mi sento già meglio, sono ancora io.
Comincio a raccontare.
Tutti gli anni Ginny e la sua famiglia (sono veramente in tantissimi) si ritrovano a passare 7 giorni a Bethany Beach, un paese di mare sulla costa.
Allego mappa nel caso siate troppi pigri per andarla a cercare da soli.

Premessa: la madre di Ginny aveva 11 fratelli/sorelle, i quali hanno avuto innumerevoli figli (cugini di Ginny), alcuni dei quali hanno i propri figli. Ginny chiama tutti “cugino/a e zio/a”, nonostante per noi italiani se mio cugino ha un figlio, io non lo chiamo cugino. Ma la cosa per me singolare è che non ci sono solo parenti di sangue, hanno cominciato a trovarsi a Bethany Beach anche i parenti dei parenti acquisiti. Quindi mi sento serena nel dirvi che ho fatto conoscenza anche della morosa del nipote della moglie del fratello di Ginny.
Scusa, puoi ripetere? No.
Faccio parte di un gruppo di amiche che non riescono a organizzare una serata per uscire durante la settimana. Inutile dire che siamo in 9 e abitiamo tutte vicine. Quindi l’idea che 30 persone che vivono in Stati diversi si trovassero ogni anno nello stesso periodo e nello stesso posto aveva per me del sensazionale.
Mi sono chiesta subito come facessero ad andare tutti d’accordo. Anche nella mia famiglia siamo in tanti (noi però ci fermiamo ai rapporti consanguinei di prima generazione) e so per esperienza che è difficile non litigare mai e non avere niente da dire. Siamo tutti essere umani!
Poi ho capito: il maxi argomento POLITICA è bandito, non se ne può parlare. Perciò è già tutto più facile. Inoltre stanno quasi tutto il giorno al mare a bere birra/vino e quindi ci sono solo positive vibes. E poi in realtà alcuni parenti non si conoscono neanche tra loro.
Una cosa che mi ha fatto molto pensare è che molti non hanno toccato l’acqua dell’oceano con i piedi neanche una volta in 7 giorni. Io ho fatto sempre il bagno, l’acqua non era così fredda.
E allora via che è partita la mia parte razionale giudicante, incontrollabile. Mille pensieri del tipo: “ma che cacchio vengono al mare se poi non fanno il bagno e poi bevono solo e non sanno niente gli uni degli altri perché stanno tutti in superficie e qual è il punto”.
Devo sempre trovare il punto nelle cose, devo sempre trovarci il senso. E quello che vedevo mi creava frustrazione perché non capivo. Ma soprattutto perché pensavo che avere l’oceano a un metro e non toccarlo neanche fosse da pazzi. E ancora: “se devono bere e non parlare di niente allora potevano stare a Scranton”.
Solo l’ultimo giorno ho cominciato a capire qualcosa. Ho capito che sì, effettivamente potevano stare a Scranton. La cosa che a loro importa non è la spiaggia e lo scambiarsi idee diverse e riflettere. Per loro è importante portare avanti la tradizione, rassicurare i familiari più anziani che quando non ci saranno più qualcuno continuerà ad andare lì, che torneranno sempre. Perché quel posto è loro in qualche modo e in questo mondo che cambia continuamente si può contare sul fatto che tutti prenderanno le ferie ogni anno per quella settimana. E tutto gira intorno al principio del “Have a good time”. .
Nessuno torna cambiato da quella settimana, non si fanno esperienze strabilianti e mai provate prima. Si fa tutto sempre uguale e a loro va bene così.
Questa frase me la sono dovuta ripetere spesso. Lo faccio anche adesso che sono tornata a casa, perché mi aiuta a mantenere la prospettiva giusta. A LORO VA BENE COSÌ.
Teniamo il mare come ambito, così mi è più facile spiegare. A me piace cambiare spiaggia tutti i giorni, usare la maschera, prendere il sole, leggere, ascoltare musica, giocare a carte, mangiare un pomodoro e una pesca a pranzo (alcune mie amiche mi rinfacciano ancora che quando siamo andate a Gallipoli dicono abbia cercato di farle morire di fame). Nei momenti di condivisione cerco di aprirmi, di trovare stimoli e crearne, di parlare anche di cose scomode perché com’on, sono le più interessanti!
Dati questi presupposti, è normale che io non riesca a concepire lo stare 8 ore in spiaggia senza fare niente.
E se nei primi giorni ho cercato di esportare entusiasta la mia idea di vacanza con chiunque parlassi, convinta che fosse l’unico modo sensato di vivere il mare, dopo un po’ ho lasciato perdere perché chiaramente non aveva senso.
È come quando in Italia prendiamo in giro la gente che fa le vacanze sulla riviera romagnola. Le battute fanno comunque ridere e penso si possano fare, ma non è che se vado in Puglia in macchina e mi porto la tenda allora sono più figa.
Attenzione: chiaro che c’è gente che passa le vacanze in riviera ma che se potesse andrebbe alle Hawaii, io sto parlando di quelle persone che vogliono andare in riviera e che si divertono lì e che scelgono di andare lì.
Dal momento che non riuscivo a concepire l’idea di passare 7 giorni al mare senza fare nulla, io e Ginny abbiamo fatto due gite.
La prima ha visto come meta Cape May. Allego mappa.

È in New Jersey e bisogna prendere il battello per arrivarci.
È il classico paesino turistico di mare, molto carino. Qua direbbero “it’s nice” che significa che non è niente di che, ma non si può dire e quindi si dice “it’s nice” e tutti capiscono.
Il viaggio con il ferryboat mi è piaciuto di più del paese in sé.
All’andata sono stata tutto il tempo (la traversata dura circa un’ora e mezza) in piedi nella parte davanti (prua o poppa? mai capito) della nave, sentendomi come Rose in Titanic. Non c’è stato nessun Jack.
Con il vento tra i capelli, il sole caldo ma non troppo, la sciarpina che svolazzava leggera, ero certa di avere quello sguardo da ragazza misteriosa/avventuriera/sicura di sé/irresistibile. Sapete no quando vi sentite super fighe e poi per caso vi specchiate in una vetrina e pensate “ommioddio ma io ho avuto questa faccia tutto il giorno??”.
Comunque poco dopo la partenza è arrivato un bambino a fermare la mia meditazione narcisistica. Era con sua mamma e a una certa si è messo a indicare un punto e a urlare “dolphins!!”, con lo stesso trasporto con cui noi urliamo “cavalli!” quando siamo in macchina.
Sfortunatamente in quel momento non sono riuscita a vederli, anche se mi stavo auto convincendo che sì, sicuramente non era un’onda quella che avevo visto, era un delfino.
Verso la fine comunque sono riuscita a scorgere anche i delfini veri e non solo i delfini-onde.
Il viaggio di ritorno è stato divertente perché mentre salivo ho notato che una parte del battello era al sole e la parte opposta era all’ombra. Mi sono diretta verso la parte all’ombra e mi sono seduta. Di fianco a me si è seduto un signore di mezza età che ha dichiarato fiero alla moglie “Ci mettiamo qui perché dall’altra parte c’è il sole e fa troppo caldo”. Ho sorriso dicendo “è la stessa cosa che ho pensato anche io!”. Lui mi ha sorriso di rimando e mi ha sussurrato “smart”. A quel punto io mi sono sentita super intelligente e super sveglia. Tutto perfetto se non fosse che, appena cominciamo a muoverci, inizio a notare che il battello fa retromarcia e quella che era la parte davanti è diventata la parte dietro e noi siamo finiti al sole. Mi sono sentita così stupida che non so spiegarlo.
Il signore di fianco ovviamente ha fatto finta di niente, mentre stavamo tutti e due seduti al sole, attenti a non guardarci. Veramente smart, complimenti. Dopo dieci minuti lui si è alzato e ho immaginato si sia diretto verso la parte all’ombra. Io sono rimasta al sole, con le cuffie nelle orecchie e un sorriso in faccia. Perché non bisogna prendersi troppo sul serio.
Sul serio dieci minuti prima mi ero sentita brillante e intelligente per aver scelto il posto all’ombra? Per così poco? E seriamente ho lasciato che il giudizio di uno sconosciuto influenzasse così tanto la mia autostima? Sì.
Ok e adesso sorrido perché se ci penso è assurdo il modo in cui lasciamo che cose di poco conto ci condizionino.
Sono rimasta al sole perché in realtà ci stavo bene. E ho capito che stare bene è più importante che avere ragione.



Il giorno seguente siamo andate a Assateague Island. E’ un’isola nel Maryland a circa un’ora di distanza da Bethany Beach ed è raggiungibile in macchina tramite un ponte sull’oceano.
Passiamo veloci verso sud, sull’autostrada parallela alla costa, con il cambio automatico e l’aria condizionata. Procediamo di fianco a ristoranti, insegne luminose, parchi divertimenti, piscine all’aperto, motel, hotel, appartamenti da 15 piani.
Dopo tutte quegli elementi costruiti e artificiali, la natura mi appare meravigliosa.
L’isola è bellissima: ci sono cavalli allo stato brado (come Spirit!), piazzole dove si può campeggiare, grigliare. Si può scegliere se si vuole fare il bagno nell’oceano o nelle lagune che separano l’isola dalla terraferma (non capisco la gente che fa il bagno nella laguna, avendo l’oceano dall’altra parte, ma mi appello al principio di prima: A LORO VA BENE COSÌ).
Il primo tratto è gratuito, mentre se vuoi addentrarti c’è una specie di casello dove bisogna pagare 20 dollari di pedaggio. Quando ce ne accorgiamo Ginny dice “20 bucks?? No way, let’s go home”. Cerco di mantenere un’espressione carina e rilassata mentre dentro di me sto implodendo e penso “ma comeeee hai appena speso 90 dollari in alcolici cosa vuol dire che 20 dollari per i cavalli selvaggi sono troppiiiii”.
Ne vengo diplomaticamente fuori con un “Dai pago io, siamo arrivate fin qua!” + sorriso fake. Lei mi guarda e si accorge che ci tengo veramente, quindi acconsente ma facciamo a metà.
Non mi soffermo nel descrivervi l’isola perché 1. le descrizioni sono noiose, 2. tanto non riuscirei a farvi capire com’è e 3. le parole arrivano fino a un certo punto.
Allego alcune foto così riuscite a capire meglio.




Torniamo in macchina dopo alcune ore e Ginny mi ringrazia “You were right, it was worth it!”. Sorrido compiaciuta, manco fosse merito mio se l’isola è meravigliosa. Ahhh l’ego.
Soprattutto mi trattengo dal risponderle “Thank you, I know I was right”. Bisogna rimanere umili, o almeno farlo credere.
Al ritorno in macchina costeggiamo gli stessi motel, ristoranti e parchi divertimenti di prima e mi rendo conto che ci sono molte più persone qui di quante ce ne fossero sull’isola. Onestamente non capisco come faccia la gente a preferire questo genere di divertimento, dove tutto mi sembra finto. Allora cerco di imparare qualcosa anche questa volta. Voglio credere che sia una scelta quella di passare la giornata nel mondo consumistico di sempre, voglio che le persone siano consapevoli di quello che c’è a 30 minuti da loro e che scelgano di non andare. Perché trovo troppo triste il fatto di accontentarsi di quello che si trova davanti a casa, magari lamentandosi pure di quello che si ha e che si fa. Quindi mi ritrovo a sperare con tutto il cuore che davvero a loro vada bene così. Anzi, che a loro vada meglio così. Che preferiscano un parco divertimenti a tema Jurassic Park a un’isola con i cavalli selvaggi e l’oceano.
A casa raccontiamo la nostra giornata agli altri e scopro che molti non hanno mai visitato Assateague Island. Inizialmente mi sorprendo e mi ritrovo ancora una volta a giudicare dall’alto della mia superiorità culturale “ahh questi americani che pensano solo a bere e basta ma come si fa sono così vicini”. Taaaac.
Poi velocissima, non l’ho neanche vista arrivare, mi arriva la consapevolezza di non essere mai stata a Perugia, di non essere mai stata a Napoli, di non essere mai stata a Siena. E comincio a vergognarmi un po’ perché sono una ragazza italiana in Delaware, su questa spiaggia che sembra di stare ai Lidi, e non sono mai stata ad Assisi.
Mi ricordo una frase del 2014 di Papa Francesco che diceva “Vergognarsi è importante perché rende umili”.
Sono certa che non parlasse di vergogne enormi, di dolori infiniti, di grandi rimpianti. Parlava delle piccole cose di tutti i giorni. Neanche io mi sono vergognata all’inverosimile, non ci sono stata male, non è quello che intendo. Ho provato un senso di disagio, un imbarazzo personale, perché ero pronta a giudicare malignamente gli altri quando in realtà io mi stavo comportando uguale a casa mia.
Penso che talvolta sia importante provare vergogna: serve per ricordarci che siamo tutti essere umani e che per questo siamo tutti incoerenti, anche se quando si tratta di noi non lo vediamo chiaramente.
Troppo semplicistico? Può darsi, comunque quando torno in Italia vado ad Assisi.