Cosa ci faccio qui (no, non è una domanda)

Mi sembra giunto il momento di spiegare come sono finita ospite di una signora di 65 anni in questa città statunitense nel bel mezzo della Pennsylvania.
Ho incontrato Ginny su un aereo un anno fa. Io e Ila stavamo andando a NY per la prima volta e volavamo da Fiumicino.
Allego foto per mostrare che faccia avevamo.

Eravamo reduci dal diploma del Master di Ila al CONI di Roma e nelle 24 ore prima avevamo già passato momenti drammatici tipo noi sperdute nella periferia romana senza un’idea di come raggiungere l’aeroporto. Mi ricordo ancora la camminata con le valigie e gli zaini sotto al sole delle 13 sul lungo mare tristissimo di Fiumicino per raggiungere un fantomatico autobus che (la leggenda narra) ci avrebbe portate a destinazione. Sono quei momenti che a ripensarci ti viene da ridere e il tuo cervello li classifica come “divertenti” ed “esilaranti” e li mette in una scatola mentale chiamata “esperienze formative”. Ovviamente quando le vivi vorresti solo piangere mentre ti chiedi “ma perché a me?”.
(Nota: chiaramente quella di partire dirette da Roma era stata un’idea di Ila, ma l’ho già perdonata).

La faccio breve dicendo che alla fine sull’aereo ci siamo arrivate tutte intere ed entusiaste, solo che avevamo dimenticato di ordinare il pranzo. In realtà non so come sia andata, perché in seguito Ginny mi ha detto di non aver mai ordinato il pranzo, né tanto meno di averlo pagato. Quindi bo. Comunque eravamo su un viaggio aereo di 9 ore senza niente da mangiare. Chi ci conosce sa quanto siamo povere e quanto poco ci piaccia spendere soldi per il cibo (vi ricordo il pomodoro a pranzo come unica fonte di sostentamento a Gallipoli), quindi comprarlo sull’aereo era fuori discussione.
Io mi ricordo solo di aver avuto davvero fame, potrei dire “non ho mai avuto così tanta fame in vita mia”, anche se quando lo diciamo non è mai vero. Però fa melodramma. Comunque dobbiamo essere sembrate veramente disperate perché Ginny era seduta due sedili più indietro con sua cugina Dianne quando ci ha chiamate per chiederci se volevamo il suo pranzo.
Mi ricordo il momento perfettamente. Mi ricordo che mi sono commossa per davvero, perché è stato un atto di gentilezza del tutto inaspettato, ma soprattutto incondizionato, senza secondi fini.
Per ogni cosa che facciamo c’è sempre un profitto, un vantaggio.
Rimaniamo sul concetto di gentilezza: noi siamo gentili con gli altri perché così gli altri sono gentili con noi. Se volessimo essere cinici, potremmo dire che siamo gentili con gli altri perché vogliamo qualcosa in cambio. Per questo ci rimaniamo male quando sorridiamo alla commessa e lei ci dà il resto in modo svogliato e sgarbato. O quando chiediamo qualcosa educatamente e la risposta di rimando è scortese. Ed è per questo che diciamo per favore, per piacere e grazie, così l’altra persona è più propensa a darci quello che stiamo chiedendo.
Poi c’è la questione che se siamo gentili siamo più facili da amare. Ma questo va oltre le mie scarse competenze. Non sono una psicologa e potrei sbagliarmi, è solo una riflessione personale.
Una delle mie frasi preferite è “The most memorable people in life will be the friends who loved you when you weren’t very lovable”.
La traduzione secondo me perde di significato ma ci provo: le persone più memorabili nella tua vita saranno quelle che ti ameranno anche quando sarai meno amabile/quando sarà più difficile amarti.
Non si riferisce alle persone che trattano da schifo amici/morosi, i quali rimangono vicini lo stesso per svariati motivi (paura della solitudine, abitudine eccecc).
Si riferisce a quando abbiamo avuto una brutta giornata, a quando stiamo vivendo un brutto periodo. O semplicemente quando non siamo al nostro meglio e ci sono persone che rimangono lo stesso.
Mi piace molto il concetto di “not very lovable”. Ci sono volte (più di quelle che vorrei) che rispondo male a qualcuno e me ne pento subito dopo, ma sono troppo orgogliosa per chiedere scusa. Ci sono persone che me lo fanno notare e magari ci scherzano su: “Siamo di buon umore eh oggi?” e altre che invece fanno finta di niente. In ogni caso mi viene solo una gran voglia di urlare “scusa se sono stata una stronza e grazie per amarmi anche quando non me lo merito!!!”.
Non l’ho mai detto neanche a bassa voce, figurarsi urlarlo, ma ci sto lavorando.
L’affetto vero non c’entra niente con il merito, ecco perché queste persone rimangono e non se ne vanno.
A volte sono a letto dopo una giornata da total bitch e mi viene il desiderio di scrivere a qualcuno “grazie per avermi tollerato oggi”.

A questo punto ci starebbe il discorso sul fatto che Ginny e sua cugina ci hanno offerto il pranzo perché questo le avrebbe fatte sentire utili e gentili, le avrebbe fatte sentire meglio vederci contente e felici a causa loro. Quindi in un certo senso non è stata una cosa totalmente senza doppi fini. Diciamo che questo tipo di scambio è sano: io sono gentile con te e questo mi fa stare bene. Quindi vada per i doppi fini!
Mi fermo qui, ma se siete interessati a questi tipi di argomenti vi consiglio vivamente un libro di Anthony De Mello che s’intitola “Messaggio per un’aquila che si crede un pollo”. VIVAMENTE.

Non so perché dal pranzo in aereo sono arrivata qui, scusate.
Stavo dicendo? Ah sì, comunque Ginny e sua cugina ci hanno offerto una parte del loro pranzo e io ero così colma di gratitudine che non riesco ancora adesso a esprimerlo a parole. Pensate sul momento e in inglese. Sono solo riuscita a dire duemila volte “thank you!!” mettendo le mani unite tipo preghiera, non chiedetemi perché. Mi ricordo che avevo il desiderio forte di abbracciarle entrambe.
Ci siamo presentate brevemente e Ginny ci ha chiesto se avevamo dei dollari per quando saremmo arrivate. Io ho risposto che li avevamo già cambiati in Italia perché mia mamma lavora in banca. Ci tenevo molto ad aggiungere questo dettaglio per farle capire che ero una persona affidabile.
Poi ci ha chiesto se avevamo un contatto negli Stati Uniti da chiamare in caso di emergenza. Ovviamente non ce l’avevamo, né pensavamo di averne bisogno. Lei non ci ha pensato due volte e su un foglietto di carta ha scritto il suo numero di telefono e la sua mail e si è raccomandata di scriverle se fosse successo qualcosa. Proprio quando pensavo che non potesse essere più gentile. Incredibile.
Quando poi sono tornata a casa tre settimane dopo e ho cominciato a raccontare questa storia, spesso mi sono sentita rispondere “beh ma ovvio due ragazze carine e pulite come voi, senza tatuaggi e vestite normali, era ovvio che si fidasse”. Non so se il nostro aspetto abbia incoraggiato queste due signore statunitensi a offrirci il loro pranzo, ma sono sicura che da quel momento eravamo connesse in una qualche maniera. Non so spiegarlo, ma c’è stato qualcosa di più dello scambio di numeri di telefono e mail. C’è stato uno scambio di umanità.
Nei giorni successivi io e Ila abbiamo avuto l’idea di cominciare a scriverle da NY per farle sapere che stavamo bene. Ogni tre o quattro giorni le inviavamo una mail in cui parlavamo delle nostre giornate e mandavamo alcune nostre foto.
Non so dire perché sentissi l’esigenza di scriverle, forse perché volevo comunicarle che quel giorno in aereo aveva fatto bene a fidarsi di noi, che aveva fatto bene a donarci il suo pranzo, che non aveva sbagliato giudizio. Volevo dirle che eravamo delle brave ragazze e che in questo mondo spesso crudele è ancora possibile essere gentili e umani.
“Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso”.
Mi è sempre piaciuta questa frase attribuita a Anne Hébert (poetessa e scrittrice canadese). Ormai è diventata mainstream, ma per me rimane magica.
La corrispondenza è continuata anche quando siamo tornate a casa e anche Ginny ha cominciato a raccontarci di lei.
Circa a gennaio mi è venuta questa idea (un po’ folle ma non troppo) di chiederle se poteva ospitarmi o se conosceva qualcuno disposto a farlo. Il piano era di passare l’estate in America ma senza fare le cose tipiche della turista, quella parte l’avevo già vissuta un anno prima. Io e Ila eravamo state a NYC, Philadelphia e Washington.
La priorità per me era vivere per tre mesi la reale quotidianità di persone americane. Volevo constatare la veridicità degli stereotipi, volevo vivere lontana da casa, in un Paese diverso dal mio per capire se ce l’avrei fatta. Volevo mettermi alla prova e volevo vedere cose nuove, creando legami.

In questo momento sto scrivendo dall’isola della cucina della casa a Scranton. Ai muri c’è la carta da parati e per terra la moquette, che loro chiamano rug (tappeto).
Oggi ho cenato alle 16 con pork, mashed potatoes (che alla fine è purè) e una pannocchia di mais. Poi sono stata a un concerto di una tribute band dei Beatles in un parco a 3 blocks di distanza da casa.
Ieri sono andata da sola a NY in autobus e ci tornerò per 10 giorni la prossima settimana con i miei e Ila.
A giugno sono stata in Delaware e in agosto andrò con Ginny in California.
Ogni volta che prendo da bere qualcosa di alcolico mi chiedono l’ID (mostro il passaporto) e anche io ho cominciato a dire “Hi how you doing” senza ascoltare la risposta, ma ogni volta mi sento in colpa e vorrei non averlo detto.
Ho visto i fuochi d’artificio del 4 luglio dal tetto di un edificio altissimo in centro e ho festeggiato la vittoria del mondiale di calcio delle donne di TEAM USA.
La scorsa settimana sono andata a una partita di baseball e ieri per pranzo ho mangiato il pane in cassetta con il burro d’arachidi.

Ogni giorno sono grata di tutto e consapevole di essere privilegiata.
E non so chi ringraziare quel giorno di giugno per non avere ricevuto il pranzo in aereo.

P.S. Allego alcune foto così da rendere concreti certi concetti.

La mia casa a Scranton
Vista di Scranton dal museo della miniera di carbone
Pranzo del 4 luglio
Cena del 4 luglio
Io in una delle nostre gite
Buttermilk Falls
Ginny, Buttermilk Falls
Cayuga Lake
Gin tonic (offerto) alle 16. Ovviamente sempre servito con la cannuccia di plastica
Io alla guida (finalmente!!)
New York City
New York City
Carnegie Hall con il sole
Pausa pranzo in United Nations Plaza
NYC

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