Sono stati 20 giorni impegnativi. Ila è venuta qui a Scranton il 18 luglio per incontrare Ginny e conoscere la sua famiglia. Insieme siamo poi andate a New York il 22 per prendere i miei genitori al JFK e tutti e quattro abbiamo passato dieci giorni nella Grande Mela (siamo venuti anche due giorni a Scranton con l’autobus, probabilmente ne parlerò in un altro momento).
Non ho avuto il tempo e la forza di scrivere perché New York è esigente e pretenziosa. Ti dà tantissimo ma vuole anche ricevere qualcosa indietro.
Ti vuole tutta per sé e appena ti infili in mezzo ai grattacieli è un delirio. Devi impegnarti seriamente per trovare un momento per te, per riflettere e pensare a quello che hai appena visto e sentito. Ti assorbe completamente e pretende che tu metta anima e corpo nelle sue strade infinite.
Sinceramente penso che Central Park e i parchi in generale (ce ne sono tanti, che bello) servano alle persone per non impazzire, per restare in contatto con la natura e con le nostre origini. Dopo una giornata passata tra un miliardo di gente è fondamentale toccare una foglia con la mano o sentire l’erba sotto i piedi. Ricordo che l’anno scorso ho passato il mese di maggio a raccogliere fragole e ciliegie nella nostra campagna italiana e, quando sono arrivata a NY a giugno, per la prima settimana mi è mancata l’aria.
La vita scivola via a un ritmo altissimo e ti sembra sempre che ogni persona che incontri stia facendo qualcosa di più importante di te, anche se sta solamente portando a spasso il cane.
Elenco di cose tipiche
di NY:
-odore di cibo SEMPRE e OVUNQUE
-fumo che esce dai tombini
-cantieri cantieri cantieri
-AirPods nelle orecchie di tutti (che quindi
sembra parlino costantemente da soli)
-se ti immagini una cosa qualunque, stai sicuro
che a New York è più grande
– ice coffee nel classico bicchiere di plastica
con la cannuccia
– spazzatura per strada quando comincia a fare
buio
– traffico e tante macchine
– persone persone persone
New York è anche crudele, perché che tu ci sia o non ci sia a lei non cambia. Qualcun altro comprerà quel caffè, quel panino e qualcun altro siederà su quel posto in metro e qualcun altro spingerà il pulsante per chiamare l’ascensore.
Lei non ha bisogno di te ma tu hai bisogno di lei, quindi ogni mattina esci di casa e cominci a camminare veloce come fanno tutti. Impari che non c’è sempre bisogno di aspettare il verde per passare, ma che se passi con il rosso ti devi muovere se non vuoi essere investito o insultato. Impari a come usare la metro e a dare indicazioni stradali. Un sacco di gente mi ha fermato per chiedermi indicazioni (che stranamente sapevo) e mi sono chiesta se era perché sembravo una newyorkese. Poi mi sono guardata intorno e non esiste il newyorkese DOC, perché c’è veramente troppa gente per le strade e sono tutti diversi (ma poi esiste qualcuno di veramente autentico? Sono andata sul dizionario e ho imparato che DOC significa di origine garantita. Quindi la domanda è: esiste davvero qualcuno la cui origine è garantita? La risposta è no).
Tornando a me che do indicazioni ai passanti, ho pensato che magari sembravo solo qualcuno che sapeva quello che faceva.
Ho ingannato tutti, insomma.
Nota: quando io e Ila vedevamo un gruppo di persone, sapevamo subito che erano italiane. Anche se erano vestiti tutti diversi e non li avevamo ancora sentiti parlare, si capiva subito che erano italiani. Non sappiamo ancora da cosa si intuisca, ma indoviniamo ogni volta.
Prima ho detto che NY è gente gente gente. Amo questa città per gli edifici e l’atmosfera, ma soprattutto per le persone. C’è una varietà incredibile di essere umani e c’è sempre qualcosa da guardare.
Il mio mezzo di trasporto preferito è la subway perché è l’unico posto dove puoi veramente osservare le persone. Sul marciapiede è un attimo, incroci uno sguardo e via, è già passato oltre. Ma sulla metro no, puoi anche trascorrere 10 minuti di fronte alla stessa persona.
Una cosa che adoro fare (in generale, non solo a New York) è provare a indovinare le informazioni personali di qualcuno semplicemente osservando il modo in cui è vestito, seduto e come si comporta.
Mi sento abbastanza sicura nel dire che circa il 70% delle persone trascorre il tempo in metro guardando il proprio smartphone e ogni volta mi chiedo cosa facessimo prima della loro invenzione. Non credo a chi dice che prima si parlava di più, perché tipicamente agli esseri umani non piace quel modo di socializzare con gente sconosciuta. Quindi bo. Comunque grazie ai telefoni riesco sempre a fissare la gente senza che se ne accorga quindi oh, vediamo i lati positivi.
Solitamente in estate sono vestita con
-maglietta bianca a mezze maniche
-pantaloncini corti
-scarpe nike
Se un giorno mi sento veramente trasgressiva posso arrivare a indossare una canotta blu, ma la mia stravaganza finisce lì.
Non ho orecchini, tatuaggi e non ho mai tinto i capelli, che sono di una lunghezza ordinaria.
Diciamo che sono veramente basica e banale e spesso penso che se tutti fossero come me sarebbe un mondo veramente noioso (anche questa frase è noiosa).
Questo non significa che vorrei avere il coraggio di tingermi i capelli di blu o farmi un tatuaggio sul braccio. Ci sono volte in cui vorrei avere più inventiva nel vestire, ma mi vado bene così, mi sento bene nei miei vestiti banali. Magari ho altri modi per esprimere la mia creatività.
Sto dicendo che considero il ragazzo con i rasta e la donna con il tailleur un miracolo.
La Treccani scrive così a proposito del miracolo: in genere, qualsiasi fatto che susciti meraviglia, sorpresa, stupore, in quanto superi i limiti delle normali prevedibilità dell’accadere o vada oltre le possibilità dell’azione umana.
Anni fa una mia cara amica mi ha dato un’altra definizione di miracolo, una frase di Sylvia Plath:
Avvengono miracoli,
se siamo disposti a chiamare miracoli
quegli spasmodici trucchi di radianza.
Trovateci il vostro significato 😉
A questo punto mi piacerebbe tornare a qualche riga su e vorrei postare una foto che ha scattato mio padre.

Siamo io, Ila e mia madre al MET di New York.
Siamo in uno dei musei più importanti del mondo, circondate da quadri di Monet, Picasso, Van Gogh (e molti altri) e stiamo guardando il telefono.
Vi ricordate quando due minuti fa ho giudicato da brava santarellina le persone che nella subway guardano costantemente lo smartphone? Ecco.
Non comincerò a parlare dell’abuso dei mezzi tecnologici da parte di tutti noi (giovani e meno giovani), perché è un discorso trito e ritrito.
Volevo solo soffermarmi sul fatto che non siamo consapevoli di molte cose che ci riguardano direttamente e che siamo sempre pronti a sentirci migliori degli altri. Non lo siamo. Dovrebbe sempre esserci una persona che ci fotografa quando siamo incoerenti.
A parte i momenti di poca condivisione umana dettati dal Wi-Fi libero nei musei, la nostra permanenza in città è andata benissimo ed è stata una delle mie vacanze preferite di sempre.
Sono molto contenta del fatto di avere 25 anni e di riuscire ancora ad andare in ferie con i miei genitori e godermi il tempo insieme a loro.
Non è scontato per niente e penso sia dovuto al fatto che sono veramente il top. Quando avrò 60 anni voglio essere come loro.
Per mio padre è sempre più difficile buttarsi nelle cose nuove, è un tipo abitudinario e coscienzioso, ma mia madre ha abbastanza entusiasmo per tutti e due. In realtà ce l’ha anche per me, che a volte mi ritrovo apatica.
Quando sono arrivati in città dall’aeroporto pioveva a dirotto (c’era l’allarme di rischio allagamento a Manhattan) e abbiamo fatto circa 2 km sotto la pioggia battente per arrivare al nostro appartamento. A un semaforo rosso ci siamo dovuti fermati, mio padre era rimasto un po’ indietro, e mia madre si è avvicinata e mi ha detto piano “Chiara, per tuo padre questa è una cosa grandissima ed è venuto qui solo per te”. Mi si è sciolto il cuore sotto la felpa bagnata.
Prima del loro arrivo ero abbastanza ansiosa perché volevo che fosse una bella esperienza e non sapevo se fossi in grado di offrirgliela. Mi sarei sentita responsabile se qualcosa fosse andato male, se non si fossero divertiti abbastanza, se la città fosse stata al di sotto delle loro aspettative. Pensandoci adesso, praticamente mi sarei presa la colpa al posto di New York. Un po’ narcisistica come cosa ma ok, I am who I am.
Un giorno eravamo in giro e mio padre dal niente ha detto: “io sono nato in campagna e i miei erano contadini e adesso sono a New York”. Mi ha fatto molto riflettere, soprattutto se penso che suo padre non ha mai visto il mare dal vivo ed era solo a un’ora di distanza.
Nella Grande Mela ero già stata l’anno scorso con Ila, come ho già detto in precedenza, ma quest’anno avevo qualcosa in più rispetto all’anno scorso e cioè la consapevolezza. Non ero più over-stimolata dalle mille cose nuove e diverse e sapevo cosa valeva la pena visitare e cosa no.
Eravamo dei turisti e siamo stati nei posti turistici. Ci sono persone che dicono “Ah a luglio a NY? Non ci vado perché ci sono solo i turisti!” (C’è anche la versione “ad agosto al mare?? Ma ci sono i turisti!”).
Ok scusa un secondo ma 1. Sei turista pure tu e 2. I turisti a NY ci sono tutto l’anno.
Solitamente chi dice una frase del genere si definisce “viaggiatore”. Vabbè.
Anyway, li ho portati a visitare anche delle zone super turistiche e commerciali come l’Empire State Building o Little Italy e China Town.
Personalmente non mi erano piaciute molto l’anno scorso, ma sono quei posti che BISOGNA visitare assolutamente. Anche solo perché quando torni in Italia e tutti ti chiedono se sei stato lì e dici no poi ti prende un imbarazzo/disagio che è meglio evitare. “Ma come non sei stato lì?? E cosa sei andato a fare quindi??”. Non so perché ma è meglio dire “Sì ci sono stato ma non mi è piaciuto e lo sapevo fin dall’inizio che non mi sarebbe piaciuto ma dovevo andare perché è tappa obbligata”. Siamo strani.
In generale siamo stati veramente ovunque, anche nei posti un po’ meno frequentati dalle grandi masse (come Brooklyn) e i miei non si sono mai lamentati. Non c’è niente di peggio di chi dice “decidi tu che mi va bene tutto, mi fido” e poi quando decidi comincia a lamentarsi perché non è come voleva lui. Ahaaa.
Non sto a fare la lista dei posti visitati perché sarebbe noiosa.
Ora che sono tornati a casa posso davvero dire che è andato tutto alla grande; mio padre una volta atterrato in Italia ha scritto sul gruppo di famiglia: “sono contento di essere a casa ma mi è piaciuto essere stato là”. Ho fatto un sorrisone perché so che è un grandissimo apprezzamento da parte sua.
Mia madre invece è una di quelle persone che quando le piace una cosa non fa che ripetere a tutti quanto le sia piaciuta, quindi sono tranquilla.
Inoltre i miei non sanno mentire. Anche quando aprono un regalo che non gli piace provano a dire “mm bello” ma non si impegnano, non ci credono neanche loro.
È stato strano il fatto che si siano affidati a me quasi per tutto. Ero sempre io che decidevo dove andare, cosa fare, come andarci.
Chi mi conosce SA quanto mi piaccia decidere sempre tutto e organizzare le cose, quindi è stato veramente un regalo.
A volte esagero e divento autoritaria e dittatoriale (come quando Ila vuole andare in un parco divertimenti/zoo/acquario e io no e guess what? Non ci andiamo), ma GIURO che non è stato questo il caso (spero, chiederò feedback una volta tornata a casa).
Tornando a noi, quando dico che è stato “strano” decidere per loro, lo intendo nel senso bello del termine. Anche a casa magari mi chiedono di aiutarli con le cose tecnologiche e altre piccole mansioni, ma è una cosa diversa.
È stata una delle rare volte in cui mi sono sentita un’adulta nel vero senso della parola (se si è mai veramente adulti, ok), perché è stata la prima volta in cui ero seriamente responsabile per i miei genitori e non il contrario.
Ho 25 anni e posso bere alcool, andare in vacanza da sola, usare i miei soldi (pochi), laurearmi e guidare la macchina e questi sono step necessari che mi rendono adulta agli occhi della società.
Ma non mi era mai successo di essere nella posizione di decidere per conto loro e di sapere effettivamente quello che facevo meglio di loro. Questo ha fatto tutta la differenza del mondo.
A ogni modo, non credo che la serenità che avevamo fosse dettata dal fatto che eravamo in vacanza, perché non è vero che in vacanza è tutto più facile. Eravamo lontani da casa, in una grandissima città e ci sono stati anche momenti stressanti. Penso che sia stato merito nostro.
Ovviamente se il viaggio è andato bene è perché c’era Ila. Non sarebbe stato lo stesso senza di lei e sono contenta che sia riuscita a incastrare tutto. La sua presenza è stata fondamentale per me perché mi ha permesso di gestire i momenti da sola con quelli con i miei.
Ieri l’altro è partita per 3 settimane di volontariato ad Haiti e ora è là a insegnare ai bimbi haitiani a giocare a basket. Sono molto orgogliosa di lei.
La mia soddisfazione generale è dettata soprattutto dal fatto che adesso mia madre ha finalmente imparato il suo nome.
Non ho mai capito perché mia mamma non sappia i nomi delle mie amiche storiche e non so se sia un discorso di pigrizia mentale, poco interessamento, o se semplicemente non ce la faccia.
Ila e io siamo amiche da qualcosa come 8 anni e la considero mia sorella, per farvi capire quanto siamo unite. Beh, prima di questa vacanza mia madre si sbagliava sempre e la chiamava Ilenia (che è una collega di mio padre, sarà un caso?).
E se mio papà è affabile e amichevole fin da subito, mia mamma solitamente ci mette un po’ di più ad aprirsi e lasciarsi andare.
Quindi, quando dopo una settimana mia mamma si rivolgeva a lei chiamandola Ilaria (da Ilenia abbiamo fatto passi avanti!), lo consideravo un buon risultato.
Due giorni fa Ila è venuta da me e sottovoce mi ha detto “Oh Chiar, tua mamma mi ha chiamato Ila per la prima volta!”. Abbiamo festeggiato in silenzio.
Ora sono tornata a Scranton e sono stanca come se avessi fatto 100 giorni di pellegrinaggio nel deserto. E’ stato impegnativo ma ne è valsa la pena.
Quando ho accompagnato i miei a prendere l’aereo di ritorno e mi hanno chiesto se avessi voglia di tornare a casa con loro ho risposto che no, non avevo ancora voglia di tornare a casa.
Un po’ mi manca, certo, ma qui sto bene, tra una settimana ho la California e voglio godere del tempo che è rimasto.
Inoltre mi sono accorta che sarà una pugnalata al cuore quando verrà il giorno di tornare a casa, l’idea di salutare tutti mi rende triste già adesso.
Ma penso che sia questo il bello di viaggiare e penso che sia questo il prezzo emotivo da pagare per aver conosciuto belle persone.
Allego alcune foto di New York.












