Elogio alla gentilezza

Sono le 8.30 di mattina, ho appena accompagnato Ila in aeroporto al JFK (Queens) e mi sto dirigendo verso la stazione degli autobus, che è in pieno centro a Manhattan. Devo prendere l’AirTrain fino a Jamaica Station, poi scendere e prendere la metro E per 40 minuti fino in centro.
La prima parte del viaggio l’ho già fatta e sono sulla banchina sottoterra ad aspettare la subway. Sto ripensando alla vacanza appena conclusa e ho un gran sorriso in faccia, me ne accorgo subito.

Da quando sono qui in America penso spesso alla cordialità delle persone che ho incontrato. Molte volte non facciamo caso a quando qualcuno è gentile con noi, o meglio, ce ne accorgiamo, ma se è uno sconosciuto dopo 10 secondi lo abbiamo già dimenticato.
Qui è diverso, la gentilezza è come una bella sensazione che rimane addosso.
Non sto dicendo che siano tutti gentili, ho incontrato anche persone scortesi e sgarbate, però non me le ricordo, non sono rimaste impresse nella mia memoria.
Durante i 10 giorni a NY mi capitava occasionalmente di riflettere sul prossimo argomento di cui scrivere qui ed ero certa di voler scrivere qualcosa sulla disponibilità degli americani. Avevo anche già in mente il titolo del pezzo: elogio alla gentilezza.

A Scranton sono veramente tutti super carini, mi hanno accolto da subito in famiglia e sento che sono una persona benvoluta. Sono certa che sia perché tutti stimano e vogliono bene a Ginny, che è una delle persone più premurose e disponibili che abbia mai incontrato.
La sua gentilezza è al limite del fastidioso per me. O almeno, lo era durante le prime settimane, quando mi tostava le fette di pane, mi faceva il caffè, mi diceva “stai attenta” quando scendevo le scale, mi diceva “scusa” ogni volta che in macchina frenava un po’ bruscamente o centrava un buco con la ruota. Quando uscivo di casa da sola per una passeggiata diventava super apprensiva e quando eravamo invitate a cena da qualche parte mi chiedeva sempre piano “Ne vuoi ancora? Tutto a posto?” come se non fossi in grado di dirlo da sola. O almeno, così è come lo percepivo.
“Sorry” e “be careful” sono le sue parole preferite e “Don’t worry” e “I’m ok, I’m fine” sono diventate le mie.
Credo di essere una persona relativamente autonoma, soprattutto mi piace fare le cose da sola, quindi per il primo periodo qua mi sono sentita un po’ soffocare da questa sua presenza continua e dalle sue costanti attenzioni. Un’altra persona le avrebbe trovate gradevoli, ma io no, cioè non del tutto.
Non sto dicendo che le odiassi, sto dicendo che le trovavo un po’ eccessive e che mi provocavano un vago senso di fastidio. A volte ho sperato mi rispondesse male perché ne avevo bisogno.
So che posso sembrare ingrata e irriconoscente, in fondo per lei ero ancora una perfetta sconosciuta e mi aveva accolto a braccia aperte in casa sua solo perché gliel’avevo chiesto mesi prima per e-mail. Quindi di conseguenza provavo un super senso di colpa e mi sentivo orribile ma ehi, non decidiamo noi come sentirci. Possiamo solo riflettere del perché ci sentiamo così, che cosa ha fatto questo altro essere umano per scatenare una reazione così in noi. Dopo ponderate riflessioni ho realizzato che il problema non era lei, ma ero io.

Le cose sono iniziate ad andare meglio dopo circa due settimane, quando Ginny ha cominciato a capire me e io ho cominciato a capire lei.
Non ricordo il momento esatto in cui siamo diventate amiche (ma poi siamo amiche? Come si chiama la relazione tra una 25enne e una 65enne che non sono parenti? Bo); in realtà non penso ci sia stato un momento preciso, è semplicemente successo. Io non ero più la ragazza italiana dell’aereo, ero Chiara, e lei non era più la signora americana dell’aereo, era Ginny.
Adesso abbiamo la nostra routine e andiamo molto d’accordo. Lei ha mollato molto la presa, pur rimanendo se stessa. Ha capito che non sono un diamante prezioso che va tenuto al sicuro dal mondo esterno e io ho semplicemente capito che lei è fatta così (è fondamentale che la comprensione sia bidirezionale).

Se questo suo modo di comportarsi non fosse già di per se una gran virtù, devo aggiungere che Ginny vive per prendersi cura degli altri e che pone i loro bisogni prima degli suoi.
In realtà non è del tutto vero, dal momento che pensare al prossimo è un suo bisogno. Insomma, soddisfa la sua necessità di aiutare le persone aiutando le persone. Spero di essermi spiegata.

Personalmente non mi considero una persona gentile, non nel senso convenzionale del termine almeno. Non sono sgarbata, ma mi rendo conto di essere sbrigativa e brusca alle volte, un po’ secca nei modi. Penso di averlo imparato da mia mamma.
Sono una che vuole arrivare al punto e ci vuole arrivare in fretta. Non mi piace girare intorno alle cose, per cui quando si comincia con i “ma a te bo ma poi forse mm non saprei tu che dici bo”, io vado dritta a quello che per me è il nocciolo della questione. So che questo può passare per un comportamento scortese, dipende dalla sensibilità delle persone.
Ci sono persone che usano l’aggettivo “acida”, ma sinceramente penso sia fuorviante e maschilista e odio quando vengo chiamata così. Preferisco “scorbutica”. Le parole sono importanti.
Il mio “problema” è che penso sempre di sapere quando devo aggiungere un po’ di gentilezza-extra al mio modo di fare, perché so di essere anche abbastanza empatica. Inutile dire che ci sono volte (più di quelle che riesco ad ammettere) in cui fallisco e finisco con il ferire le persone per la mia (apparente) insensibilità.  
Ci sto lavorando. Sicuramente qua sono più carina del solito, quindi chissà che non stia VERAMENTE imparando qualcosa.

Torniamo un attimo indietro, a quando ho detto che qua tutti sono garbati e molto altruisti.
La gentilezza a Scranton un po’ me l’aspettavo, anche se comunque cerco di non dare mai per scontato il loro bellissimo senso dell’ospitalità.
Quello che mi ha piacevolmente sorpresa è stata la disponibilità delle persone a New York. Bastava avere uno sguardo un po’ perso e la cartina in mano per far sì che qualcuno si avvicinasse per darti indicazioni e spesso non c’era neanche bisogno di chiedere.
Non è vero che i newyorchesi odiano i turisti, maledette generalizzazioni.
Uno dei miei momenti preferiti è stato quando abbiamo sbagliato direzione della subway (è successo una sola volta quasi a fine vacanza ed è successo perché mancavano le indicazioni sui binari). Quasi tutte le persone sul nostro vagone si sono attivate per darci le migliori dritte possibili e quando siamo scesi per cambiare senso di marcia si è affacciata anche la conducente della metro per dirci dove andare. Sembrava di essere dentro a un cartone della Disney dove la protagonista comincia a cantare e subito tutti gli uccellini escono dai loro nascondigli e cantano insieme a lei (credo sia Cenerentola).

Non penso di esagerare quando dico che in America ho ritrovato la speranza nell’umanità. In Italia è difficile aiutare qualcuno che non sia un amico o un parente prossimo e anche solo tra vicini di casa spesso ci si ferma al saluto con la mano.
A dire la verità noi non siamo neanche carini tra di noi, proprio perché ci conosciamo bene e pensiamo che la gentilezza sia superflua e non necessaria.

Per le strade newyorkesi pensavo soprattutto a quanti esseri umani non conosco che sono belle persone. Sembrerà banale ma in questo periodo buio è importante ricordarselo.
Camminando tra i grattacieli mi è venuta spesso in mente la famosa frase di American Beauty che dice: “a volte c’è così tanta bellezza nel mondo che non riesco ad accettarla”.
Forse vi sembrerà eccessivo, forse lo è, o forse mi sono lasciata trasportare dall’immaginazione perché c’erano anche moltissime sporte che danzavano nel vento.
Per farvi capire in che situazione emotiva mi trovavo, un’altra frase a cui pensavo era questa: “non è tanto importante che la felicità sia eterna, ma che si posso essere felici al momento. Perché una volta ogni tanto, può capitare che le persone ti sorprendano. Una volta ogni tanto le persone possono anche toglierti il fiato”. Grey’s Anatomy. Lo so che è un po’ mielosa però mi è sempre piaciuta, soprattutto perché penso sia vera.
Chiunque incontrassi per strada mi sembrava valevole di stima e fiducia, tant’è che una volta (una sola volta, giuro) ho anche pensato una cosa stupida come “ma come fanno a esserci così tanti crimini a NY se sono tutti così gentili?”. Cioè a rileggerla adesso sono imbarazzata di me stessa, ma sul momento mi pareva logico.

Torniamo al presente.
Sono sulla banchina ad aspettare la metro e non ho niente da fare, quindi noto un signore sulla sessantina visibilmente sudato che si toglie il k-way. Penso che se lo sarebbe dovuto togliere prima, dato che ci saranno 30 gradi in superficie e almeno 40 sotto terra. Whatever.
La metro finalmente arriva, io entro, mi siedo e mi metto la felpa, perché se prima c’erano 40 gradi, ora ce ne saranno 15 a causa dell’aria condizionata.
“Hot and cold and hot and cold eh?”. È il signore di prima, seduto a un seggiolino di distanza da me.
Dico “Yeah it’s crazy”.
Nota: quando non si sa come rispondere e si vuole tagliare subito la conversazione, la cosa migliore da dire è “it’s crazy”. È come il nostro “Sì, incredibile” in italiano quando qualcosa è chiaramente non incredibile.

Il signore non capisce che non ne ho mezza di parlare, oppure sono io che mando segnali strani perché nella mia mente c’è “che palle ma che vuole questo”, mentre sulla mia faccia compare un sorriso perché sono di ottimo umore.
Mi accorgo subito che vuole conversare, guardo quante fermate mancano: 22. Ho 45 minuti da fare, quindi penso che va bene, posso parlare un po’ per ammazzare il tempo.
Mi chiede dove scendo e glielo dico e lui mi dice dove scende e cioè 7 fermate dopo la mia. Gli dico che i miei sono stati qui con me 10 giorni e che sto ritornando in Pennsylvania. Lui mi dice che abita a Chicago ma è a NY per un pranzo con amici, hanno organizzato una festa a sorpresa per una collega. Mi dice che lavora in banca, parliamo dell’Italia. Io dico qualcosa tipo che solitamente noi italiani quando andiamo in America scegliamo come destinazione la costa est o la costa ovest, mai il centro (almeno la prima volta). Al che lui dice “Ma nooo ma come? Dovresti venire a Chicago, ti piacerebbe. Se mi dai il tuo numero poi ci possiamo sentire e ti dico quali posti valgono la visita”.
Gli do il mio numero italiano e gli dico che mi chiamo Chiara. Non ricordo il suo nome.
Continuiamo a parlare dei luoghi nel mondo che ha visitato, mi dà indicazioni su cosa vedere a San Francisco perché gli ho detto che ci andrò a metà agosto.
Parliamo di Trump e del Messico e mi dice che i suoi bis bis nonni erano messicani e che recentemente ha aiutato un paio di amici con le carte dell’immigrazione che adesso sono felici qui e hanno messo su famiglia.
A una fermata entra una ragazza giovane con sua figlia piccola, la quale si siede vicino a me. Potrei scalare di posto e posizionarmi di fianco al signore per lasciare che la ragazza si sieda di fianco a sua figlia, ma non lo faccio. C’è qualcosa che mi turba, non sono completamente a mio agio. Vorrei dirglielo, vorrei dire alla ragazza “guarda mi dispiace se sei in piedi e lo so che potrei scalare ma non mi fido ad andare fianco a fianco a questo signore”. Ovviamente non posso parlare, quindi mi limito a guardarla e so già che penserà che sono una stronza. Oggi ho pensato che mi sarei potuta alzare per farla sedere e prenderla come scusa per allontanarmi un po’, ma non mi è venuto in mente sul momento. Mannaggia a me.
Per un po’ non diciamo niente, poi lui spezza il silenzio: “ah in realtà dovrei fermarmi a comprare del vino per il pranzo, non ho neanche un regalo di compleanno. Scenderò alla 37th”. Guardo il tabellone con gli occhi sgranati ma no, è comunque due fermate dopo la mia.
La sensazione di disagio non mi lascia e penso che magari potrei scendere prima e prendere la metro dopo, però ho paura di perdere l’autobus per Scranton e poi ormai gli ho detto dove sarei scesa. Cioè capito? Mi importa di essere coerente e di non dirgli una balla. Mamma mia.
Continuiamo a parlare di vino e Arizona. Mi accorgo che sono più gentile di quanto non vorrei essere ma non riesco a farne a meno. Lui è cordiale e di riflesso lo sono anche io.
La mia fermata si avvicina, ora ne mancano solo due.
Lui a un tratto si alza e non capisco cosa voglia fare, mi ha detto prima dove scenderà e manca ancora un po’.
Sul tabellone elettronico esce la scritta next station: Port Authority Bus Terminal. Mi alzo anche io e mi preparo a uscire. Mi giro verso di lui e dico “well, it was nice to meet you!”, pensando di finirla così, ma lui sorride e mi tende la mano. Allungo la mia per stringergliela, al che lui mi tira verso di sé e fa per baciarmi in bocca. Io non capisco cosa sta succedendo, faccio resistenza ma lui insiste quel tanto per avvicinarsi di più. Riesco a girare la testa all’ultimo così il suo bacio mi arriva sulla guancia.
Mi sento sporca. Mollo immediatamente la presa, guardo per terra, in fretta e furia prendo le mie cose ed esco veloce dal vagone.
Tocco con i piedi la banchina e in un secondo questo è quello che mi passa per la testa: non so cosa è successo cosa è successo ommioddio che schifo le persone sulla metro penseranno che ci volessi provare penseranno che sono una facile lo sapevo che era un pervertito lo sapevo sono stata stupida è tutta colpa mia cosa sto facendo dove devo andare ommioddio aiuto cosa faccio.
Faccio per uscire dalla stazione ma poi mi attraversa il pensiero “e se fosse sceso anche lui e mi volesse seguire?”
Mi nascondo dietro una scala e aspetto qualche secondo. Voglio che la metro riparta perché mi viene da vomitare al pensiero che lui mi guardi ancora. Mi viene da vomitare.
La metro riparte, sono quasi sicura che lui non sia sceso. Comincio a camminare, salgo le scale e mi ritrovo in mezzo alla stazione degli autobus con un altro miliardo di gente.
Adesso la mia mente è vuota, completamente, ma so dove devo andare e automaticamente ci vado. Gate 25.
Mi sento uno schifo, mi metto in coda per salire sull’autobus.
Non riesco a guardare in faccia nessuno, ho paura di tutti. Sono sola a New York e ho paura. Chiedo se questa è la fila per Scranton, un ragazzo mi dice “no, questa è la fila per Washington” e mi sorride. Che cazzo sorridi che ti ho solo chiesto indicazioni.
Una signora che ha sentito si affaccia dalla fila e dice “l’autobus che va a Scranton parte dal 27!”. Farfuglio un grazie e vado al gate 27.
Mi metto in fila. Mi sento uno schifo e mi viene da vomitare. Continuo a pensare a quei 3 secondi sulla metro.
Ho bisogno di casa, ho bisogno di dirlo a qualcuno ma sono sola. Ho bisogno che qualcuno mi salvi. Prendo fuori il telefono e faccio un audio a due delle mie migliori amiche. Mi accorgo che la voce mi trema e anche la mano che regge il telefono. Oggi ho riascoltato parte degli audio e non sembro neanche io.
È il mio turno di salire sull’autobus e sto sperando con tutto il cuore che vada il Wi-Fi perché ho bisogno che loro mi rassicurino.
Prendo posto, fortunatamente c’è internet e fortunatamente ci sono la Sop e la Marissa.
Racconto loro cosa è successo e mi metto a piangere perché non ce la faccio più.
Sono stranamente entrambe online e mi dicono subito che non è colpa mia e avevo veramente bisogno di sentirlo.
La Sop è una di quelle persone sempre sul pezzo che sa sempre dire la cosa giusta, anche se non lo sa. È una persona pragmatica che sa dare giudizi e consigli concreti.
La Marissa è più emotiva e piange insieme a me. Ho bisogno di entrambi gli approcci.
Non è stata colpa mia, ma non posso neanche essere così ingenua da dare le mie informazioni personali al primo che passa e sorride.
Mi accorgo che gli ho dato il mio numero di telefono senza pensarci e se lui me l’avesse chiesto gli avrei detto senza problemi il mio cognome e la città dove abito in Pennsylvania. Sopi mi dice che non è successo niente con il numero, se proverà a chiamare o a scrivere lo potrò bloccare, non è successo niente.
Dico loro che forse sto esagerando, non ha veramente cercato di baciarmi.
Ma so anche che quando pensi “magari ho frainteso” vuol dire che non hai frainteso.
So quello che è successo e continuo a sentirmi uno schifo. Mi sento molestata sessualmente e ho paura ad ammetterlo.
Le mie amiche mi dicono che anche a loro sono successe cose analoghe nella vita: in palestra, al lavoro, per strada, in vacanza. Mi raccontano le loro esperienze negative e mi sento un po’ meglio. Solidarietà femminile. Poi penso che se mi sento meglio perché anche le mie amiche sono state molestate c’è qualcosa che non va in questo mondo.

C’è qualcosa che non va anche nella mia reazione immediata, perché appena sono scesa dalla metro mi sono vergognata come un cane, pensando che fosse tutta colpa mia e ho pensato ai giudizi nei miei confronti delle persone sedute in metro.
Tornassi indietro gli tirerei quanto meno uno schiaffo o almeno farei una scenata, qualcosa che gli faccia capire che ha superato un limite e che lo faccia vergognare.
Non so perché mi sono comportata così passivamente, credo c’entri il fatto che viviamo in un mondo maschilista e che, anche se ci professiamo femministe e coraggiose, siamo comunque influenzate da una cultura che non ci tutela per niente.
Dico alle mie amiche che adesso ho paura di tutti e non mi fido di nessuno perché è uno mondo schifoso.
Sopi mi dice che non devo generalizzare: ci sono quelli che ti fischiano quando ti incontrano per strada e quelli che ti aiutano quando ti perdi in un paese che non è il tuo. Non è tutto brutto e non è tutto bello. So che ha ragione, però che fatica.
La Marissa mi dice che non posso farli vincere e che lei continua ad avere fiducia nel prossimo, anche se ha vissuti momenti traumatici. Mi dice che non si può vivere avendo paura delle persone, ma bisogna sempre stare attente e non abbassare mai la guardia.
Dico loro che la cosa brutta è che non mi fido più di me stessa; ho l’autostima sotto i piedi perché dovevo capirlo subito che era una brutta situazione.
“Chiar ma tu non ti sei fidata del tutto, sentivi che era una situazione in cui eri a disagio e ti sei tenuta a distanza”.
Ci penso ed è vero: ho sempre avuto il sentore che non fosse tutto ok, che qualcosa non quadrasse, che non fosse la classica conversazione in metro. Forse non sono stata una completa imbecille.

A questo punto mi sono calmata e tutte e tre riflettiamo sui motivi che portano un uomo di 60 anni a cercare di baciare una 25enne sconosciuta su una metro piena di gente alle 10 di mattina. Che soddisfazione c’è?
Ovviamente non riusciamo a darci una risposta. Perché un uomo in macchina mi deve suonare il clacson quando attraverso le strisce di fronte a lui? Perché un ragazzo mi deve fissare in palestra mentre faccio gli esercizi e poi venirmi vicino per farmi allusioni sessuali? Beh perché possono.

Non voglio generalizzare e dire “tutti i maschi”, perché è sbagliato e ingiusto. Ci sono tante belle persone, uomini e donne, che lottano ogni giorno per i nostri diritti. Però un ragazzo non saprà mai come si ci sente quando incontri uno per strada che si gira e ti urla “ehi bella figa!”.

Vorrei abbracciare le mie amiche ma siamo a migliaia di km di distanza, che mi pesano come non mai.

Arrivo a Scranton dopo un viaggio infinito e c’è Ginny ad aspettarmi nel parcheggio.
Non ho ancora deciso se dirglielo o meno, non voglio che si preoccupi. Mi dispiace di essermi aggiunta alla sua lista di persone di cui si deve preoccupare.
Mi accorgo di essere strana e mi chiedo se se ne sia accorta.
Sul momento decido di tenerlo per me e andiamo a casa. Disfo i bagagli, faccio una doccia per sentirmi meglio ma continuo a sentirmi male, anche se non così male come prima.
Ceniamo in silenzio e, quando con il sorriso mi chiede di New York, tentenno.
Nel frattempo ho raccontato l’accaduto anche a Ila e le ho esposto i miei dubbi su Ginny.
“Diglielo solo se sei sicura di saperlo descrivere bene un inglese”.
Ok non sono sicura ma sento che ho bisogno di parlarne faccia a faccia con qualcuno di fidato, ho bisogno del conforto di un essere umano che mi può guardare effettivamente negli occhi. Un abbraccio sarebbe gradito.

Quindi comincio a raccontare imbarazzata ed è strano perché in inglese sembra finto e un po’ impersonale.
Ginny mi ascolta attentamente e alla fine mi spiazza con un “sei sicura di non aver frainteso?”.
Per un secondo mi sale un embolo.
Giuro che è più preoccupata quando il gatto mi cammina tra le gambe perché ha paura che io perda l’equilibrio. I mean.
Aggiusta il tiro spiegandomi che a volte lei si dimentica di avere 65 anni e parla con persone giovani come se avesse la loro età. Poi torna a casa, si guarda allo specchio e un po’ si vergogna, da sola. Mi svela che si è sentita così anche quando sono arrivata io. Aveva paura che le persone parlassero di lei alle sue spalle perché ospitava una ragazza giovane e cosa avrà mai in comune con una ragazza così giovane.
Mi dice che magari lui si è accorto di aver esagerato e che si è pentito subito, che forse gli è piaciuto così tanto conversare con me che si è dimenticato per un secondo la sua età.
Sta cercando di renderlo più umano ai miei occhi ma non ci riesce, per me rimane uno schifo di uomo. Non mi ricordo neanche più la sua faccia.
Ginny mi confida che anche lei ha viaggiato parecchio quando era giovane e che ha incontrato persone del genere lungo la strada, può succedere. L’importante è non mettersi in situazioni pericolose, il resto non si può controllare.
Mi dice di stare tranquilla e di continuare a fidarmi di me stessa e del mio istinto. “Chiara tu capisci le persone e ti ho ammirato fin da subito per questo. Ti presento qualcuno e sai già come è fatto”. Noi in italiano non diciamo cose come “I admire you for that” ed è strano sentirselo dire. Sorrido forse per la prima volta da questa mattina.
Le dico “si ma poi mi sono fidata perché mi ha detto che lavorava in banca e mi sembrava un lavoro degno di una brava persona”. Lei mi ha risposto “Trump è il Presidente degli Stati Uniti ed è un molestatore sessuale, credi veramente che il lavoro descriva la personalità di una persona?”:
Cacchio, questa non l’avevo vista arrivare.

Parlare con lei mi fa stare meglio semplicemente perché ad alta voce le cose sembrano più vere e riflettere è più facile, anche se sto parlando in inglese e i miei pensieri sono in italiano.
Elaboro un po’ e mi accorgo di aver cambiato prospettiva: adesso non mi importa più sapere perché si è comportato così, il motivo dietro il suo gesto.
All’inizio penso sia normale cercare di darci senso, ma poi bisogna lasciare andare. Magari una volta scesa si è vergognato di se stesso, magari si è sentito benissimo e gli ho migliorato la giornata. Non ci è dato saperlo e non mi importa. Quelle sono le sue riflessioni e sono le sue domande, se mai se le porrà.
Il mio percorso è capire perché ho reagito così, cosa di questa faccenda mi ha fatto veramente male e cosa posso fare per migliorare il mio futuro, come posso continuare a vivere con il cuore aperto.

Ho capito che il mondo è un posto bellissimo e un posto orribile allo stesso tempo, ma che non ha senso pensare per assoluti perché questo cambia in base a quello che fai e a quello che ti capita. Non era un mondo perfetto prima di questo fatto e non è un mondo schifoso adesso che è successo.
È semplicemente ciò che è e non possiamo averlo in controllo, possiamo solo adattarci alle cose quando ci accadono. E non esiste una meta, un punto in cui non abbiamo più paura e così sarà per sempre. Tutti i giorni dobbiamo decidere se essere spaventati o meno. In questo momento sono lucida e so che la cosa giusta da fare è rimanere fiduciosi, ma non sono ancora uscita nel mondo per vedere se sono serena come dico di essere. Domani parto per San Francisco, sono curiosa di vedere come mi comporterò con gli sconosciuti californiani.  
Parlando per frasi fatte, non dobbiamo correre il rischio di chiuderci in noi stessi per paura di venire feriti. È banale ed è molto più facile a dirsi che a farsi. Tuttavia non la cancello perché è vera.
Ci sono veramente molte persone che non abbiamo ancora conosciuto e che possono sorprenderci e sarebbe uno spreco di umanità e di vita non volerle incontrarle per timore di scottarci.
Per questo pezzo ho voluto tenere il titolo originario “elogio alla gentilezza”, proprio perché esistono contemporaneamente la crudeltà e la cattiveria. Perché essere gentili è una cosa straordinaria e preziosa e dovremmo elogiarla.

Questo episodio (che poteva decisamente finire peggio) mi ha fatto pensare anche a un’altra cosa: noi crediamo di avere la nostra vita tra le mani e che sarà sempre così. Pensiamo che ovviamente ci saranno cambiamenti, ma che avverranno solo con il nostro consenso. Tipo che cambieremo casa, ci sposeremo, avremo quel lavoro, moriremo. Persino morire lo mettiamo in conto da subito, anche se ci pensiamo poco.
Classifichiamo sempre il mondo in termini di “io” e di “altri”. “Io” sono quella che sta bene, gli altri sono quelli a cui sono capitate cose orribili. Ci sono “io” e poi ci sono quelli in sedia a rotelle. Ci sono “io” e poi ci sono i genitori di una ragazza morta. Ci sono “io” e poi quelli che hanno subito una frode fiscale.

Ma tutte queste cose possono succedere a me domani.
Non fraintendetemi, non sto dicendo che adesso avrò paura di vivere e sarò sempre nel terrore. Sto dicendo che letteralmente domani posso diventare “l’altro” di qualcuno.
Ho 25 anni e c’è la possibilità reale che io venga investita e muoia. Ho ancora la possibilità di avere il cancro, di scoprire un cadavere in un parco, di assistere a un pestaggio. Ipoteticamente potrei uccidere qualcuno, essere stuprata, perdere le gambe, essere mangiata da uno squalo, suicidarmi. Potrei contrarre l’HIV, essere rapita, cominciare a fumare.

Chiaramente possono succedere altrettante cose positive, come assistere a un parto in ascensore o a un’eruzione di un vulcano (con nessuna conseguenza negativa per le persone), posso vincere l’A2, salvare qualcuno da un incendio, innamorarmi di un 60enne, guarire dal cancro. Posso sopravvivere a un disastro aereo, vincere 4 milioni di euro, adottare un bambino, donare un rene.

Per quanto ci possiamo preparare psicologicamente, non penso che si possa mai essere pronti quando una di queste cose accade, non è questo il punto.
Il punto è rifletterci sopra e capire che se siamo chi siamo è certamente frutto dell’ambiente dove siamo nati e cresciuti, ma è anche merito delle nostre scelte. E soprattutto è merito delle scelte degli altri nei nostri confronti. Che a oggi sono state queste, domani non lo so.

Possono avvenire tutte le cose che consideriamo “degli altri”.
Vi invito a non fermarvi al pensiero “ok può succedere di tutto, lo so”, perché quello lo pensiamo sempre ma è superficiale e non serve a niente. Tutto cosa?
Provate veramente a creare uno scenario nella vostra mente e immaginare di viverlo sul serio.

Prima non avrei mai pensato di subire molestie in metro a New York e ora eccomi qui. Può succedere e magari succederà di nuovo.
Non possiamo vivere con la paura che qualcosa di brutto accada, ma di tanto in tanto possiamo fermarci e pensare che potrebbe accadere, che non siamo immuni perché siamo speciali.

Al momento sono sopravvissuta a due terremoti e sono stata molestata sessualmente. Sono stata in una zona di guerra. Mi sono laureata e ho amato. Ho perso e mi sono operata a una spalla. Più mille altre cose.

Vorrei concludere questo lungo pezzo con una frase che mi sta molto a cuore.

Non è vero che andrà sempre tutto bene, ma una cosa è vera: che non dovete per forza stare da soli. (J. Foster)

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