Elogio alla gentilezza

Sono le 8.30 di mattina, ho appena accompagnato Ila in aeroporto al JFK (Queens) e mi sto dirigendo verso la stazione degli autobus, che è in pieno centro a Manhattan. Devo prendere l’AirTrain fino a Jamaica Station, poi scendere e prendere la metro E per 40 minuti fino in centro.
La prima parte del viaggio l’ho già fatta e sono sulla banchina sottoterra ad aspettare la subway. Sto ripensando alla vacanza appena conclusa e ho un gran sorriso in faccia, me ne accorgo subito.

Da quando sono qui in America penso spesso alla cordialità delle persone che ho incontrato. Molte volte non facciamo caso a quando qualcuno è gentile con noi, o meglio, ce ne accorgiamo, ma se è uno sconosciuto dopo 10 secondi lo abbiamo già dimenticato.
Qui è diverso, la gentilezza è come una bella sensazione che rimane addosso.
Non sto dicendo che siano tutti gentili, ho incontrato anche persone scortesi e sgarbate, però non me le ricordo, non sono rimaste impresse nella mia memoria.
Durante i 10 giorni a NY mi capitava occasionalmente di riflettere sul prossimo argomento di cui scrivere qui ed ero certa di voler scrivere qualcosa sulla disponibilità degli americani. Avevo anche già in mente il titolo del pezzo: elogio alla gentilezza.

A Scranton sono veramente tutti super carini, mi hanno accolto da subito in famiglia e sento che sono una persona benvoluta. Sono certa che sia perché tutti stimano e vogliono bene a Ginny, che è una delle persone più premurose e disponibili che abbia mai incontrato.
La sua gentilezza è al limite del fastidioso per me. O almeno, lo era durante le prime settimane, quando mi tostava le fette di pane, mi faceva il caffè, mi diceva “stai attenta” quando scendevo le scale, mi diceva “scusa” ogni volta che in macchina frenava un po’ bruscamente o centrava un buco con la ruota. Quando uscivo di casa da sola per una passeggiata diventava super apprensiva e quando eravamo invitate a cena da qualche parte mi chiedeva sempre piano “Ne vuoi ancora? Tutto a posto?” come se non fossi in grado di dirlo da sola. O almeno, così è come lo percepivo.
“Sorry” e “be careful” sono le sue parole preferite e “Don’t worry” e “I’m ok, I’m fine” sono diventate le mie.
Credo di essere una persona relativamente autonoma, soprattutto mi piace fare le cose da sola, quindi per il primo periodo qua mi sono sentita un po’ soffocare da questa sua presenza continua e dalle sue costanti attenzioni. Un’altra persona le avrebbe trovate gradevoli, ma io no, cioè non del tutto.
Non sto dicendo che le odiassi, sto dicendo che le trovavo un po’ eccessive e che mi provocavano un vago senso di fastidio. A volte ho sperato mi rispondesse male perché ne avevo bisogno.
So che posso sembrare ingrata e irriconoscente, in fondo per lei ero ancora una perfetta sconosciuta e mi aveva accolto a braccia aperte in casa sua solo perché gliel’avevo chiesto mesi prima per e-mail. Quindi di conseguenza provavo un super senso di colpa e mi sentivo orribile ma ehi, non decidiamo noi come sentirci. Possiamo solo riflettere del perché ci sentiamo così, che cosa ha fatto questo altro essere umano per scatenare una reazione così in noi. Dopo ponderate riflessioni ho realizzato che il problema non era lei, ma ero io.

Le cose sono iniziate ad andare meglio dopo circa due settimane, quando Ginny ha cominciato a capire me e io ho cominciato a capire lei.
Non ricordo il momento esatto in cui siamo diventate amiche (ma poi siamo amiche? Come si chiama la relazione tra una 25enne e una 65enne che non sono parenti? Bo); in realtà non penso ci sia stato un momento preciso, è semplicemente successo. Io non ero più la ragazza italiana dell’aereo, ero Chiara, e lei non era più la signora americana dell’aereo, era Ginny.
Adesso abbiamo la nostra routine e andiamo molto d’accordo. Lei ha mollato molto la presa, pur rimanendo se stessa. Ha capito che non sono un diamante prezioso che va tenuto al sicuro dal mondo esterno e io ho semplicemente capito che lei è fatta così (è fondamentale che la comprensione sia bidirezionale).

Se questo suo modo di comportarsi non fosse già di per se una gran virtù, devo aggiungere che Ginny vive per prendersi cura degli altri e che pone i loro bisogni prima degli suoi.
In realtà non è del tutto vero, dal momento che pensare al prossimo è un suo bisogno. Insomma, soddisfa la sua necessità di aiutare le persone aiutando le persone. Spero di essermi spiegata.

Personalmente non mi considero una persona gentile, non nel senso convenzionale del termine almeno. Non sono sgarbata, ma mi rendo conto di essere sbrigativa e brusca alle volte, un po’ secca nei modi. Penso di averlo imparato da mia mamma.
Sono una che vuole arrivare al punto e ci vuole arrivare in fretta. Non mi piace girare intorno alle cose, per cui quando si comincia con i “ma a te bo ma poi forse mm non saprei tu che dici bo”, io vado dritta a quello che per me è il nocciolo della questione. So che questo può passare per un comportamento scortese, dipende dalla sensibilità delle persone.
Ci sono persone che usano l’aggettivo “acida”, ma sinceramente penso sia fuorviante e maschilista e odio quando vengo chiamata così. Preferisco “scorbutica”. Le parole sono importanti.
Il mio “problema” è che penso sempre di sapere quando devo aggiungere un po’ di gentilezza-extra al mio modo di fare, perché so di essere anche abbastanza empatica. Inutile dire che ci sono volte (più di quelle che riesco ad ammettere) in cui fallisco e finisco con il ferire le persone per la mia (apparente) insensibilità.  
Ci sto lavorando. Sicuramente qua sono più carina del solito, quindi chissà che non stia VERAMENTE imparando qualcosa.

Torniamo un attimo indietro, a quando ho detto che qua tutti sono garbati e molto altruisti.
La gentilezza a Scranton un po’ me l’aspettavo, anche se comunque cerco di non dare mai per scontato il loro bellissimo senso dell’ospitalità.
Quello che mi ha piacevolmente sorpresa è stata la disponibilità delle persone a New York. Bastava avere uno sguardo un po’ perso e la cartina in mano per far sì che qualcuno si avvicinasse per darti indicazioni e spesso non c’era neanche bisogno di chiedere.
Non è vero che i newyorchesi odiano i turisti, maledette generalizzazioni.
Uno dei miei momenti preferiti è stato quando abbiamo sbagliato direzione della subway (è successo una sola volta quasi a fine vacanza ed è successo perché mancavano le indicazioni sui binari). Quasi tutte le persone sul nostro vagone si sono attivate per darci le migliori dritte possibili e quando siamo scesi per cambiare senso di marcia si è affacciata anche la conducente della metro per dirci dove andare. Sembrava di essere dentro a un cartone della Disney dove la protagonista comincia a cantare e subito tutti gli uccellini escono dai loro nascondigli e cantano insieme a lei (credo sia Cenerentola).

Non penso di esagerare quando dico che in America ho ritrovato la speranza nell’umanità. In Italia è difficile aiutare qualcuno che non sia un amico o un parente prossimo e anche solo tra vicini di casa spesso ci si ferma al saluto con la mano.
A dire la verità noi non siamo neanche carini tra di noi, proprio perché ci conosciamo bene e pensiamo che la gentilezza sia superflua e non necessaria.

Per le strade newyorkesi pensavo soprattutto a quanti esseri umani non conosco che sono belle persone. Sembrerà banale ma in questo periodo buio è importante ricordarselo.
Camminando tra i grattacieli mi è venuta spesso in mente la famosa frase di American Beauty che dice: “a volte c’è così tanta bellezza nel mondo che non riesco ad accettarla”.
Forse vi sembrerà eccessivo, forse lo è, o forse mi sono lasciata trasportare dall’immaginazione perché c’erano anche moltissime sporte che danzavano nel vento.
Per farvi capire in che situazione emotiva mi trovavo, un’altra frase a cui pensavo era questa: “non è tanto importante che la felicità sia eterna, ma che si posso essere felici al momento. Perché una volta ogni tanto, può capitare che le persone ti sorprendano. Una volta ogni tanto le persone possono anche toglierti il fiato”. Grey’s Anatomy. Lo so che è un po’ mielosa però mi è sempre piaciuta, soprattutto perché penso sia vera.
Chiunque incontrassi per strada mi sembrava valevole di stima e fiducia, tant’è che una volta (una sola volta, giuro) ho anche pensato una cosa stupida come “ma come fanno a esserci così tanti crimini a NY se sono tutti così gentili?”. Cioè a rileggerla adesso sono imbarazzata di me stessa, ma sul momento mi pareva logico.

Torniamo al presente.
Sono sulla banchina ad aspettare la metro e non ho niente da fare, quindi noto un signore sulla sessantina visibilmente sudato che si toglie il k-way. Penso che se lo sarebbe dovuto togliere prima, dato che ci saranno 30 gradi in superficie e almeno 40 sotto terra. Whatever.
La metro finalmente arriva, io entro, mi siedo e mi metto la felpa, perché se prima c’erano 40 gradi, ora ce ne saranno 15 a causa dell’aria condizionata.
“Hot and cold and hot and cold eh?”. È il signore di prima, seduto a un seggiolino di distanza da me.
Dico “Yeah it’s crazy”.
Nota: quando non si sa come rispondere e si vuole tagliare subito la conversazione, la cosa migliore da dire è “it’s crazy”. È come il nostro “Sì, incredibile” in italiano quando qualcosa è chiaramente non incredibile.

Il signore non capisce che non ne ho mezza di parlare, oppure sono io che mando segnali strani perché nella mia mente c’è “che palle ma che vuole questo”, mentre sulla mia faccia compare un sorriso perché sono di ottimo umore.
Mi accorgo subito che vuole conversare, guardo quante fermate mancano: 22. Ho 45 minuti da fare, quindi penso che va bene, posso parlare un po’ per ammazzare il tempo.
Mi chiede dove scendo e glielo dico e lui mi dice dove scende e cioè 7 fermate dopo la mia. Gli dico che i miei sono stati qui con me 10 giorni e che sto ritornando in Pennsylvania. Lui mi dice che abita a Chicago ma è a NY per un pranzo con amici, hanno organizzato una festa a sorpresa per una collega. Mi dice che lavora in banca, parliamo dell’Italia. Io dico qualcosa tipo che solitamente noi italiani quando andiamo in America scegliamo come destinazione la costa est o la costa ovest, mai il centro (almeno la prima volta). Al che lui dice “Ma nooo ma come? Dovresti venire a Chicago, ti piacerebbe. Se mi dai il tuo numero poi ci possiamo sentire e ti dico quali posti valgono la visita”.
Gli do il mio numero italiano e gli dico che mi chiamo Chiara. Non ricordo il suo nome.
Continuiamo a parlare dei luoghi nel mondo che ha visitato, mi dà indicazioni su cosa vedere a San Francisco perché gli ho detto che ci andrò a metà agosto.
Parliamo di Trump e del Messico e mi dice che i suoi bis bis nonni erano messicani e che recentemente ha aiutato un paio di amici con le carte dell’immigrazione che adesso sono felici qui e hanno messo su famiglia.
A una fermata entra una ragazza giovane con sua figlia piccola, la quale si siede vicino a me. Potrei scalare di posto e posizionarmi di fianco al signore per lasciare che la ragazza si sieda di fianco a sua figlia, ma non lo faccio. C’è qualcosa che mi turba, non sono completamente a mio agio. Vorrei dirglielo, vorrei dire alla ragazza “guarda mi dispiace se sei in piedi e lo so che potrei scalare ma non mi fido ad andare fianco a fianco a questo signore”. Ovviamente non posso parlare, quindi mi limito a guardarla e so già che penserà che sono una stronza. Oggi ho pensato che mi sarei potuta alzare per farla sedere e prenderla come scusa per allontanarmi un po’, ma non mi è venuto in mente sul momento. Mannaggia a me.
Per un po’ non diciamo niente, poi lui spezza il silenzio: “ah in realtà dovrei fermarmi a comprare del vino per il pranzo, non ho neanche un regalo di compleanno. Scenderò alla 37th”. Guardo il tabellone con gli occhi sgranati ma no, è comunque due fermate dopo la mia.
La sensazione di disagio non mi lascia e penso che magari potrei scendere prima e prendere la metro dopo, però ho paura di perdere l’autobus per Scranton e poi ormai gli ho detto dove sarei scesa. Cioè capito? Mi importa di essere coerente e di non dirgli una balla. Mamma mia.
Continuiamo a parlare di vino e Arizona. Mi accorgo che sono più gentile di quanto non vorrei essere ma non riesco a farne a meno. Lui è cordiale e di riflesso lo sono anche io.
La mia fermata si avvicina, ora ne mancano solo due.
Lui a un tratto si alza e non capisco cosa voglia fare, mi ha detto prima dove scenderà e manca ancora un po’.
Sul tabellone elettronico esce la scritta next station: Port Authority Bus Terminal. Mi alzo anche io e mi preparo a uscire. Mi giro verso di lui e dico “well, it was nice to meet you!”, pensando di finirla così, ma lui sorride e mi tende la mano. Allungo la mia per stringergliela, al che lui mi tira verso di sé e fa per baciarmi in bocca. Io non capisco cosa sta succedendo, faccio resistenza ma lui insiste quel tanto per avvicinarsi di più. Riesco a girare la testa all’ultimo così il suo bacio mi arriva sulla guancia.
Mi sento sporca. Mollo immediatamente la presa, guardo per terra, in fretta e furia prendo le mie cose ed esco veloce dal vagone.
Tocco con i piedi la banchina e in un secondo questo è quello che mi passa per la testa: non so cosa è successo cosa è successo ommioddio che schifo le persone sulla metro penseranno che ci volessi provare penseranno che sono una facile lo sapevo che era un pervertito lo sapevo sono stata stupida è tutta colpa mia cosa sto facendo dove devo andare ommioddio aiuto cosa faccio.
Faccio per uscire dalla stazione ma poi mi attraversa il pensiero “e se fosse sceso anche lui e mi volesse seguire?”
Mi nascondo dietro una scala e aspetto qualche secondo. Voglio che la metro riparta perché mi viene da vomitare al pensiero che lui mi guardi ancora. Mi viene da vomitare.
La metro riparte, sono quasi sicura che lui non sia sceso. Comincio a camminare, salgo le scale e mi ritrovo in mezzo alla stazione degli autobus con un altro miliardo di gente.
Adesso la mia mente è vuota, completamente, ma so dove devo andare e automaticamente ci vado. Gate 25.
Mi sento uno schifo, mi metto in coda per salire sull’autobus.
Non riesco a guardare in faccia nessuno, ho paura di tutti. Sono sola a New York e ho paura. Chiedo se questa è la fila per Scranton, un ragazzo mi dice “no, questa è la fila per Washington” e mi sorride. Che cazzo sorridi che ti ho solo chiesto indicazioni.
Una signora che ha sentito si affaccia dalla fila e dice “l’autobus che va a Scranton parte dal 27!”. Farfuglio un grazie e vado al gate 27.
Mi metto in fila. Mi sento uno schifo e mi viene da vomitare. Continuo a pensare a quei 3 secondi sulla metro.
Ho bisogno di casa, ho bisogno di dirlo a qualcuno ma sono sola. Ho bisogno che qualcuno mi salvi. Prendo fuori il telefono e faccio un audio a due delle mie migliori amiche. Mi accorgo che la voce mi trema e anche la mano che regge il telefono. Oggi ho riascoltato parte degli audio e non sembro neanche io.
È il mio turno di salire sull’autobus e sto sperando con tutto il cuore che vada il Wi-Fi perché ho bisogno che loro mi rassicurino.
Prendo posto, fortunatamente c’è internet e fortunatamente ci sono la Sop e la Marissa.
Racconto loro cosa è successo e mi metto a piangere perché non ce la faccio più.
Sono stranamente entrambe online e mi dicono subito che non è colpa mia e avevo veramente bisogno di sentirlo.
La Sop è una di quelle persone sempre sul pezzo che sa sempre dire la cosa giusta, anche se non lo sa. È una persona pragmatica che sa dare giudizi e consigli concreti.
La Marissa è più emotiva e piange insieme a me. Ho bisogno di entrambi gli approcci.
Non è stata colpa mia, ma non posso neanche essere così ingenua da dare le mie informazioni personali al primo che passa e sorride.
Mi accorgo che gli ho dato il mio numero di telefono senza pensarci e se lui me l’avesse chiesto gli avrei detto senza problemi il mio cognome e la città dove abito in Pennsylvania. Sopi mi dice che non è successo niente con il numero, se proverà a chiamare o a scrivere lo potrò bloccare, non è successo niente.
Dico loro che forse sto esagerando, non ha veramente cercato di baciarmi.
Ma so anche che quando pensi “magari ho frainteso” vuol dire che non hai frainteso.
So quello che è successo e continuo a sentirmi uno schifo. Mi sento molestata sessualmente e ho paura ad ammetterlo.
Le mie amiche mi dicono che anche a loro sono successe cose analoghe nella vita: in palestra, al lavoro, per strada, in vacanza. Mi raccontano le loro esperienze negative e mi sento un po’ meglio. Solidarietà femminile. Poi penso che se mi sento meglio perché anche le mie amiche sono state molestate c’è qualcosa che non va in questo mondo.

C’è qualcosa che non va anche nella mia reazione immediata, perché appena sono scesa dalla metro mi sono vergognata come un cane, pensando che fosse tutta colpa mia e ho pensato ai giudizi nei miei confronti delle persone sedute in metro.
Tornassi indietro gli tirerei quanto meno uno schiaffo o almeno farei una scenata, qualcosa che gli faccia capire che ha superato un limite e che lo faccia vergognare.
Non so perché mi sono comportata così passivamente, credo c’entri il fatto che viviamo in un mondo maschilista e che, anche se ci professiamo femministe e coraggiose, siamo comunque influenzate da una cultura che non ci tutela per niente.
Dico alle mie amiche che adesso ho paura di tutti e non mi fido di nessuno perché è uno mondo schifoso.
Sopi mi dice che non devo generalizzare: ci sono quelli che ti fischiano quando ti incontrano per strada e quelli che ti aiutano quando ti perdi in un paese che non è il tuo. Non è tutto brutto e non è tutto bello. So che ha ragione, però che fatica.
La Marissa mi dice che non posso farli vincere e che lei continua ad avere fiducia nel prossimo, anche se ha vissuti momenti traumatici. Mi dice che non si può vivere avendo paura delle persone, ma bisogna sempre stare attente e non abbassare mai la guardia.
Dico loro che la cosa brutta è che non mi fido più di me stessa; ho l’autostima sotto i piedi perché dovevo capirlo subito che era una brutta situazione.
“Chiar ma tu non ti sei fidata del tutto, sentivi che era una situazione in cui eri a disagio e ti sei tenuta a distanza”.
Ci penso ed è vero: ho sempre avuto il sentore che non fosse tutto ok, che qualcosa non quadrasse, che non fosse la classica conversazione in metro. Forse non sono stata una completa imbecille.

A questo punto mi sono calmata e tutte e tre riflettiamo sui motivi che portano un uomo di 60 anni a cercare di baciare una 25enne sconosciuta su una metro piena di gente alle 10 di mattina. Che soddisfazione c’è?
Ovviamente non riusciamo a darci una risposta. Perché un uomo in macchina mi deve suonare il clacson quando attraverso le strisce di fronte a lui? Perché un ragazzo mi deve fissare in palestra mentre faccio gli esercizi e poi venirmi vicino per farmi allusioni sessuali? Beh perché possono.

Non voglio generalizzare e dire “tutti i maschi”, perché è sbagliato e ingiusto. Ci sono tante belle persone, uomini e donne, che lottano ogni giorno per i nostri diritti. Però un ragazzo non saprà mai come si ci sente quando incontri uno per strada che si gira e ti urla “ehi bella figa!”.

Vorrei abbracciare le mie amiche ma siamo a migliaia di km di distanza, che mi pesano come non mai.

Arrivo a Scranton dopo un viaggio infinito e c’è Ginny ad aspettarmi nel parcheggio.
Non ho ancora deciso se dirglielo o meno, non voglio che si preoccupi. Mi dispiace di essermi aggiunta alla sua lista di persone di cui si deve preoccupare.
Mi accorgo di essere strana e mi chiedo se se ne sia accorta.
Sul momento decido di tenerlo per me e andiamo a casa. Disfo i bagagli, faccio una doccia per sentirmi meglio ma continuo a sentirmi male, anche se non così male come prima.
Ceniamo in silenzio e, quando con il sorriso mi chiede di New York, tentenno.
Nel frattempo ho raccontato l’accaduto anche a Ila e le ho esposto i miei dubbi su Ginny.
“Diglielo solo se sei sicura di saperlo descrivere bene un inglese”.
Ok non sono sicura ma sento che ho bisogno di parlarne faccia a faccia con qualcuno di fidato, ho bisogno del conforto di un essere umano che mi può guardare effettivamente negli occhi. Un abbraccio sarebbe gradito.

Quindi comincio a raccontare imbarazzata ed è strano perché in inglese sembra finto e un po’ impersonale.
Ginny mi ascolta attentamente e alla fine mi spiazza con un “sei sicura di non aver frainteso?”.
Per un secondo mi sale un embolo.
Giuro che è più preoccupata quando il gatto mi cammina tra le gambe perché ha paura che io perda l’equilibrio. I mean.
Aggiusta il tiro spiegandomi che a volte lei si dimentica di avere 65 anni e parla con persone giovani come se avesse la loro età. Poi torna a casa, si guarda allo specchio e un po’ si vergogna, da sola. Mi svela che si è sentita così anche quando sono arrivata io. Aveva paura che le persone parlassero di lei alle sue spalle perché ospitava una ragazza giovane e cosa avrà mai in comune con una ragazza così giovane.
Mi dice che magari lui si è accorto di aver esagerato e che si è pentito subito, che forse gli è piaciuto così tanto conversare con me che si è dimenticato per un secondo la sua età.
Sta cercando di renderlo più umano ai miei occhi ma non ci riesce, per me rimane uno schifo di uomo. Non mi ricordo neanche più la sua faccia.
Ginny mi confida che anche lei ha viaggiato parecchio quando era giovane e che ha incontrato persone del genere lungo la strada, può succedere. L’importante è non mettersi in situazioni pericolose, il resto non si può controllare.
Mi dice di stare tranquilla e di continuare a fidarmi di me stessa e del mio istinto. “Chiara tu capisci le persone e ti ho ammirato fin da subito per questo. Ti presento qualcuno e sai già come è fatto”. Noi in italiano non diciamo cose come “I admire you for that” ed è strano sentirselo dire. Sorrido forse per la prima volta da questa mattina.
Le dico “si ma poi mi sono fidata perché mi ha detto che lavorava in banca e mi sembrava un lavoro degno di una brava persona”. Lei mi ha risposto “Trump è il Presidente degli Stati Uniti ed è un molestatore sessuale, credi veramente che il lavoro descriva la personalità di una persona?”:
Cacchio, questa non l’avevo vista arrivare.

Parlare con lei mi fa stare meglio semplicemente perché ad alta voce le cose sembrano più vere e riflettere è più facile, anche se sto parlando in inglese e i miei pensieri sono in italiano.
Elaboro un po’ e mi accorgo di aver cambiato prospettiva: adesso non mi importa più sapere perché si è comportato così, il motivo dietro il suo gesto.
All’inizio penso sia normale cercare di darci senso, ma poi bisogna lasciare andare. Magari una volta scesa si è vergognato di se stesso, magari si è sentito benissimo e gli ho migliorato la giornata. Non ci è dato saperlo e non mi importa. Quelle sono le sue riflessioni e sono le sue domande, se mai se le porrà.
Il mio percorso è capire perché ho reagito così, cosa di questa faccenda mi ha fatto veramente male e cosa posso fare per migliorare il mio futuro, come posso continuare a vivere con il cuore aperto.

Ho capito che il mondo è un posto bellissimo e un posto orribile allo stesso tempo, ma che non ha senso pensare per assoluti perché questo cambia in base a quello che fai e a quello che ti capita. Non era un mondo perfetto prima di questo fatto e non è un mondo schifoso adesso che è successo.
È semplicemente ciò che è e non possiamo averlo in controllo, possiamo solo adattarci alle cose quando ci accadono. E non esiste una meta, un punto in cui non abbiamo più paura e così sarà per sempre. Tutti i giorni dobbiamo decidere se essere spaventati o meno. In questo momento sono lucida e so che la cosa giusta da fare è rimanere fiduciosi, ma non sono ancora uscita nel mondo per vedere se sono serena come dico di essere. Domani parto per San Francisco, sono curiosa di vedere come mi comporterò con gli sconosciuti californiani.  
Parlando per frasi fatte, non dobbiamo correre il rischio di chiuderci in noi stessi per paura di venire feriti. È banale ed è molto più facile a dirsi che a farsi. Tuttavia non la cancello perché è vera.
Ci sono veramente molte persone che non abbiamo ancora conosciuto e che possono sorprenderci e sarebbe uno spreco di umanità e di vita non volerle incontrarle per timore di scottarci.
Per questo pezzo ho voluto tenere il titolo originario “elogio alla gentilezza”, proprio perché esistono contemporaneamente la crudeltà e la cattiveria. Perché essere gentili è una cosa straordinaria e preziosa e dovremmo elogiarla.

Questo episodio (che poteva decisamente finire peggio) mi ha fatto pensare anche a un’altra cosa: noi crediamo di avere la nostra vita tra le mani e che sarà sempre così. Pensiamo che ovviamente ci saranno cambiamenti, ma che avverranno solo con il nostro consenso. Tipo che cambieremo casa, ci sposeremo, avremo quel lavoro, moriremo. Persino morire lo mettiamo in conto da subito, anche se ci pensiamo poco.
Classifichiamo sempre il mondo in termini di “io” e di “altri”. “Io” sono quella che sta bene, gli altri sono quelli a cui sono capitate cose orribili. Ci sono “io” e poi ci sono quelli in sedia a rotelle. Ci sono “io” e poi ci sono i genitori di una ragazza morta. Ci sono “io” e poi quelli che hanno subito una frode fiscale.

Ma tutte queste cose possono succedere a me domani.
Non fraintendetemi, non sto dicendo che adesso avrò paura di vivere e sarò sempre nel terrore. Sto dicendo che letteralmente domani posso diventare “l’altro” di qualcuno.
Ho 25 anni e c’è la possibilità reale che io venga investita e muoia. Ho ancora la possibilità di avere il cancro, di scoprire un cadavere in un parco, di assistere a un pestaggio. Ipoteticamente potrei uccidere qualcuno, essere stuprata, perdere le gambe, essere mangiata da uno squalo, suicidarmi. Potrei contrarre l’HIV, essere rapita, cominciare a fumare.

Chiaramente possono succedere altrettante cose positive, come assistere a un parto in ascensore o a un’eruzione di un vulcano (con nessuna conseguenza negativa per le persone), posso vincere l’A2, salvare qualcuno da un incendio, innamorarmi di un 60enne, guarire dal cancro. Posso sopravvivere a un disastro aereo, vincere 4 milioni di euro, adottare un bambino, donare un rene.

Per quanto ci possiamo preparare psicologicamente, non penso che si possa mai essere pronti quando una di queste cose accade, non è questo il punto.
Il punto è rifletterci sopra e capire che se siamo chi siamo è certamente frutto dell’ambiente dove siamo nati e cresciuti, ma è anche merito delle nostre scelte. E soprattutto è merito delle scelte degli altri nei nostri confronti. Che a oggi sono state queste, domani non lo so.

Possono avvenire tutte le cose che consideriamo “degli altri”.
Vi invito a non fermarvi al pensiero “ok può succedere di tutto, lo so”, perché quello lo pensiamo sempre ma è superficiale e non serve a niente. Tutto cosa?
Provate veramente a creare uno scenario nella vostra mente e immaginare di viverlo sul serio.

Prima non avrei mai pensato di subire molestie in metro a New York e ora eccomi qui. Può succedere e magari succederà di nuovo.
Non possiamo vivere con la paura che qualcosa di brutto accada, ma di tanto in tanto possiamo fermarci e pensare che potrebbe accadere, che non siamo immuni perché siamo speciali.

Al momento sono sopravvissuta a due terremoti e sono stata molestata sessualmente. Sono stata in una zona di guerra. Mi sono laureata e ho amato. Ho perso e mi sono operata a una spalla. Più mille altre cose.

Vorrei concludere questo lungo pezzo con una frase che mi sta molto a cuore.

Non è vero che andrà sempre tutto bene, ma una cosa è vera: che non dovete per forza stare da soli. (J. Foster)

New York e le sue riflessioni

Sono stati 20 giorni impegnativi. Ila è venuta qui a Scranton il 18 luglio per incontrare Ginny e conoscere la sua famiglia. Insieme siamo poi andate a New York il 22 per prendere i miei genitori al JFK e tutti e quattro abbiamo passato dieci giorni nella Grande Mela (siamo venuti anche due giorni a Scranton con l’autobus, probabilmente ne parlerò in un altro momento).

Non ho avuto il tempo e la forza di scrivere perché New York è esigente e pretenziosa. Ti dà tantissimo ma vuole anche ricevere qualcosa indietro.
Ti vuole tutta per sé e appena ti infili in mezzo ai grattacieli è un delirio. Devi impegnarti seriamente per trovare un momento per te, per riflettere e pensare a quello che hai appena visto e sentito. Ti assorbe completamente e pretende che tu metta anima e corpo nelle sue strade infinite.
Sinceramente penso che Central Park e i parchi in generale (ce ne sono tanti, che bello) servano alle persone per non impazzire, per restare in contatto con la natura e con le nostre origini. Dopo una giornata passata tra un miliardo di gente è fondamentale toccare una foglia con la mano o sentire l’erba sotto i piedi. Ricordo che l’anno scorso ho passato il mese di maggio a raccogliere fragole e ciliegie nella nostra campagna italiana e, quando sono arrivata a NY a giugno, per la prima settimana mi è mancata l’aria.
La vita scivola via a un ritmo altissimo e ti sembra sempre che ogni persona che incontri stia facendo qualcosa di più importante di te, anche se sta solamente portando a spasso il cane.

Elenco di cose tipiche di NY:
-odore di cibo SEMPRE e OVUNQUE
-fumo che esce dai tombini
-cantieri cantieri cantieri
-AirPods nelle orecchie di tutti (che quindi sembra parlino costantemente da soli)
-se ti immagini una cosa qualunque, stai sicuro che a New York è più grande
– ice coffee nel classico bicchiere di plastica con la cannuccia
– spazzatura per strada quando comincia a fare buio
– traffico e tante macchine
– persone persone persone

New York è anche crudele, perché che tu ci sia o non ci sia a lei non cambia. Qualcun altro comprerà quel caffè, quel panino e qualcun altro siederà su quel posto in metro e qualcun altro spingerà il pulsante per chiamare l’ascensore.
Lei non ha bisogno di te ma tu hai bisogno di lei, quindi ogni mattina esci di casa e cominci a camminare veloce come fanno tutti. Impari che non c’è sempre bisogno di aspettare il verde per passare, ma che se passi con il rosso ti devi muovere se non vuoi essere investito o insultato. Impari a come usare la metro e a dare indicazioni stradali. Un sacco di gente mi ha fermato per chiedermi indicazioni (che stranamente sapevo) e mi sono chiesta se era perché sembravo una newyorkese. Poi mi sono guardata intorno e non esiste il newyorkese DOC, perché c’è veramente troppa gente per le strade e sono tutti diversi (ma poi esiste qualcuno di veramente autentico? Sono andata sul dizionario e ho imparato che DOC significa di origine garantita. Quindi la domanda è: esiste davvero qualcuno la cui origine è garantita? La risposta è no).
Tornando a me che do indicazioni ai passanti, ho pensato che magari sembravo solo qualcuno che sapeva quello che faceva.
Ho ingannato tutti, insomma.
Nota: quando io e Ila vedevamo un gruppo di persone, sapevamo subito che erano italiane. Anche se erano vestiti tutti diversi e non li avevamo ancora sentiti parlare, si capiva subito che erano italiani. Non sappiamo ancora da cosa si intuisca, ma indoviniamo ogni volta.

Prima ho detto che NY è gente gente gente. Amo questa città per gli edifici e l’atmosfera, ma soprattutto per le persone. C’è una varietà incredibile di essere umani e c’è sempre qualcosa da guardare.
Il mio mezzo di trasporto preferito è la subway perché è l’unico posto dove puoi veramente osservare le persone. Sul marciapiede è un attimo, incroci uno sguardo e via, è già passato oltre. Ma sulla metro no, puoi anche trascorrere 10 minuti di fronte alla stessa persona.
Una cosa che adoro fare (in generale, non solo a New York) è provare a indovinare le informazioni personali di qualcuno semplicemente osservando il modo in cui è vestito, seduto e come si comporta.
Mi sento abbastanza sicura nel dire che circa il 70% delle persone trascorre il tempo in metro guardando il proprio smartphone e ogni volta mi chiedo cosa facessimo prima della loro invenzione. Non credo a chi dice che prima si parlava di più, perché tipicamente agli esseri umani non piace quel modo di socializzare con gente sconosciuta. Quindi bo. Comunque grazie ai telefoni riesco sempre a fissare la gente senza che se ne accorga quindi oh, vediamo i lati positivi.

Solitamente in estate sono vestita con
-maglietta bianca a mezze maniche
-pantaloncini corti
-scarpe nike
Se un giorno mi sento veramente trasgressiva posso arrivare a indossare una canotta blu, ma la mia stravaganza finisce lì.
Non ho orecchini, tatuaggi e non ho mai tinto i capelli, che sono di una lunghezza ordinaria.
Diciamo che sono veramente basica e banale e spesso penso che se tutti fossero come me sarebbe un mondo veramente noioso (anche questa frase è noiosa).
Questo non significa che vorrei avere il coraggio di tingermi i capelli di blu o farmi un tatuaggio sul braccio. Ci sono volte in cui vorrei avere più inventiva nel vestire, ma mi vado bene così, mi sento bene nei miei vestiti banali. Magari ho altri modi per esprimere la mia creatività.

Sto dicendo che considero il ragazzo con i rasta e la donna con il tailleur un miracolo.
La Treccani scrive così a proposito del miracolo: in genere, qualsiasi fatto che susciti meraviglia, sorpresa, stupore, in quanto superi i limiti delle normali prevedibilità dell’accadere o vada oltre le possibilità dell’azione umana.
Anni fa una mia cara amica mi ha dato un’altra definizione di miracolo, una frase di Sylvia Plath:

Avvengono miracoli,
se siamo disposti a chiamare miracoli
quegli spasmodici trucchi di radianza.

Trovateci il vostro significato 😉

A questo punto mi piacerebbe tornare a qualche riga su e vorrei postare una foto che ha scattato mio padre.

Siamo io, Ila e mia madre al MET di New York.
Siamo in uno dei musei più importanti del mondo, circondate da quadri di Monet, Picasso, Van Gogh (e molti altri) e stiamo guardando il telefono.
Vi ricordate quando due minuti fa ho giudicato da brava santarellina le persone che nella subway guardano costantemente lo smartphone? Ecco.
Non comincerò a parlare dell’abuso dei mezzi tecnologici da parte di tutti noi (giovani e meno giovani), perché è un discorso trito e ritrito.
Volevo solo soffermarmi sul fatto che non siamo consapevoli di molte cose che ci riguardano direttamente e che siamo sempre pronti a sentirci migliori degli altri. Non lo siamo. Dovrebbe sempre esserci una persona che ci fotografa quando siamo incoerenti.

A parte i momenti di poca condivisione umana dettati dal Wi-Fi libero nei musei, la nostra permanenza in città è andata benissimo ed è stata una delle mie vacanze preferite di sempre.
Sono molto contenta del fatto di avere 25 anni e di riuscire ancora ad andare in ferie con i miei genitori e godermi il tempo insieme a loro.
Non è scontato per niente e penso sia dovuto al fatto che sono veramente il top. Quando avrò 60 anni voglio essere come loro.
Per mio padre è sempre più difficile buttarsi nelle cose nuove, è un tipo abitudinario e coscienzioso, ma mia madre ha abbastanza entusiasmo per tutti e due. In realtà ce l’ha anche per me, che a volte mi ritrovo apatica.
Quando sono arrivati in città dall’aeroporto pioveva a dirotto (c’era l’allarme di rischio allagamento a Manhattan) e abbiamo fatto circa 2 km sotto la pioggia battente per arrivare al nostro appartamento. A un semaforo rosso ci siamo dovuti fermati, mio padre era rimasto un po’ indietro, e mia madre si è avvicinata e mi ha detto piano “Chiara, per tuo padre questa è una cosa grandissima ed è venuto qui solo per te”. Mi si è sciolto il cuore sotto la felpa bagnata.

Prima del loro arrivo ero abbastanza ansiosa perché volevo che fosse una bella esperienza e non sapevo se fossi in grado di offrirgliela. Mi sarei sentita responsabile se qualcosa fosse andato male, se non si fossero divertiti abbastanza, se la città fosse stata al di sotto delle loro aspettative. Pensandoci adesso, praticamente mi sarei presa la colpa al posto di New York. Un po’ narcisistica come cosa ma ok, I am who I am.

Un giorno eravamo in giro e mio padre dal niente ha detto: “io sono nato in campagna e i miei erano contadini e adesso sono a New York”. Mi ha fatto molto riflettere, soprattutto se penso che suo padre non ha mai visto il mare dal vivo ed era solo a un’ora di distanza.

Nella Grande Mela ero già stata l’anno scorso con Ila, come ho già detto in precedenza, ma quest’anno avevo qualcosa in più rispetto all’anno scorso e cioè la consapevolezza. Non ero più over-stimolata dalle mille cose nuove e diverse e sapevo cosa valeva la pena visitare e cosa no.
Eravamo dei turisti e siamo stati nei posti turistici. Ci sono persone che dicono “Ah a luglio a NY? Non ci vado perché ci sono solo i turisti!” (C’è anche la versione “ad agosto al mare?? Ma ci sono i turisti!”).
Ok scusa un secondo ma 1. Sei turista pure tu e 2. I turisti a NY ci sono tutto l’anno.
Solitamente chi dice una frase del genere si definisce “viaggiatore”. Vabbè.
Anyway, li ho portati a visitare anche delle zone super turistiche e commerciali come l’Empire State Building o Little Italy e China Town.
Personalmente non mi erano piaciute molto l’anno scorso, ma sono quei posti che BISOGNA visitare assolutamente. Anche solo perché quando torni in Italia e tutti ti chiedono se sei stato lì e dici no poi ti prende un imbarazzo/disagio che è meglio evitare. “Ma come non sei stato lì?? E cosa sei andato a fare quindi??”. Non so perché ma è meglio dire “Sì ci sono stato ma non mi è piaciuto e lo sapevo fin dall’inizio che non mi sarebbe piaciuto ma dovevo andare perché è tappa obbligata”. Siamo strani.

In generale siamo stati veramente ovunque, anche nei posti un po’ meno frequentati dalle grandi masse (come Brooklyn) e i miei non si sono mai lamentati. Non c’è niente di peggio di chi dice “decidi tu che mi va bene tutto, mi fido” e poi quando decidi comincia a lamentarsi perché non è come voleva lui. Ahaaa.
Non sto a fare la lista dei posti visitati perché sarebbe noiosa.

Ora che sono tornati a casa posso davvero dire che è andato tutto alla grande; mio padre una volta atterrato in Italia ha scritto sul gruppo di famiglia: “sono contento di essere a casa ma mi è piaciuto essere stato là”. Ho fatto un sorrisone perché so che è un grandissimo apprezzamento da parte sua.
Mia madre invece è una di quelle persone che quando le piace una cosa non fa che ripetere a tutti quanto le sia piaciuta, quindi sono tranquilla.
Inoltre i miei non sanno mentire. Anche quando aprono un regalo che non gli piace provano a dire “mm bello” ma non si impegnano, non ci credono neanche loro.

È stato strano il fatto che si siano affidati a me quasi per tutto. Ero sempre io che decidevo dove andare, cosa fare, come andarci.
Chi mi conosce SA quanto mi piaccia decidere sempre tutto e organizzare le cose, quindi è stato veramente un regalo.
A volte esagero e divento autoritaria e dittatoriale (come quando Ila vuole andare in un parco divertimenti/zoo/acquario e io no e guess what? Non ci andiamo), ma GIURO che non è stato questo il caso (spero, chiederò feedback una volta tornata a casa).
Tornando a noi, quando dico che è stato “strano” decidere per loro, lo intendo nel senso bello del termine. Anche a casa magari mi chiedono di aiutarli con le cose tecnologiche e altre piccole mansioni, ma è una cosa diversa.
È stata una delle rare volte in cui mi sono sentita un’adulta nel vero senso della parola (se si è mai veramente adulti, ok), perché è stata la prima volta in cui ero seriamente responsabile per i miei genitori e non il contrario.
Ho 25 anni e posso bere alcool, andare in vacanza da sola, usare i miei soldi (pochi), laurearmi e guidare la macchina e questi sono step necessari che mi rendono adulta agli occhi della società.
Ma non mi era mai successo di essere nella posizione di decidere per conto loro e di sapere effettivamente quello che facevo meglio di loro. Questo ha fatto tutta la differenza del mondo.
A ogni modo, non credo che la serenità che avevamo fosse dettata dal fatto che eravamo in vacanza, perché non è vero che in vacanza è tutto più facile. Eravamo lontani da casa, in una grandissima città e ci sono stati anche momenti stressanti. Penso che sia stato merito nostro.

Ovviamente se il viaggio è andato bene è perché c’era Ila. Non sarebbe stato lo stesso senza di lei e sono contenta che sia riuscita a incastrare tutto. La sua presenza è stata fondamentale per me perché mi ha permesso di gestire i momenti da sola con quelli con i miei.
Ieri l’altro è partita per 3 settimane di volontariato ad Haiti e ora è là a insegnare ai bimbi haitiani a giocare a basket. Sono molto orgogliosa di lei.

La mia soddisfazione generale è dettata soprattutto dal fatto che adesso mia madre ha finalmente imparato il suo nome.
Non ho mai capito perché mia mamma non sappia i nomi delle mie amiche storiche e non so se sia un discorso di pigrizia mentale, poco interessamento, o se semplicemente non ce la faccia.
Ila e io siamo amiche da qualcosa come 8 anni e la considero mia sorella, per farvi capire quanto siamo unite. Beh, prima di questa vacanza mia madre si sbagliava sempre e la chiamava Ilenia (che è una collega di mio padre, sarà un caso?).
E se mio papà è affabile e amichevole fin da subito, mia mamma solitamente ci mette un po’ di più ad aprirsi e lasciarsi andare.
Quindi, quando dopo una settimana mia mamma si rivolgeva a lei chiamandola Ilaria (da Ilenia abbiamo fatto passi avanti!), lo consideravo un buon risultato.
Due giorni fa Ila è venuta da me e sottovoce mi ha detto “Oh Chiar, tua mamma mi ha chiamato Ila per la prima volta!”. Abbiamo festeggiato in silenzio.

Ora sono tornata a Scranton e sono stanca come se avessi fatto 100 giorni di pellegrinaggio nel deserto. E’ stato impegnativo ma ne è valsa la pena.
Quando ho accompagnato i miei a prendere l’aereo di ritorno e mi hanno chiesto se avessi voglia di tornare a casa con loro ho risposto che no, non avevo ancora voglia di tornare a casa.
Un po’ mi manca, certo, ma qui sto bene, tra una settimana ho la California e voglio godere del tempo che è rimasto.
Inoltre mi sono accorta che sarà una pugnalata al cuore quando verrà il giorno di tornare a casa, l’idea di salutare tutti mi rende triste già adesso.
Ma penso che sia questo il bello di viaggiare e penso che sia questo il prezzo emotivo da pagare per aver conosciuto belle persone.

Allego alcune foto di New York.

I miei a Central Park
I miei in subway con l’aria condizionata sparata a mille
Guggenheim
Coney Island (prima di una tempesta fighissima)
Trump Tower (era gratis)
Fine giornata
Sul Brooklyn Bridge al tramonto
Metro affollata
Pausa ice coffee
In metro appena arrivati (il cappello di mio padre gliel’ho regalato l’anno scorso così quest’anno sarebbe stato ben inserito)
The Vessel
Botanic Garden a Brooklyn
In bici a Central Park

Cosa ci faccio qui (no, non è una domanda)

Mi sembra giunto il momento di spiegare come sono finita ospite di una signora di 65 anni in questa città statunitense nel bel mezzo della Pennsylvania.
Ho incontrato Ginny su un aereo un anno fa. Io e Ila stavamo andando a NY per la prima volta e volavamo da Fiumicino.
Allego foto per mostrare che faccia avevamo.

Eravamo reduci dal diploma del Master di Ila al CONI di Roma e nelle 24 ore prima avevamo già passato momenti drammatici tipo noi sperdute nella periferia romana senza un’idea di come raggiungere l’aeroporto. Mi ricordo ancora la camminata con le valigie e gli zaini sotto al sole delle 13 sul lungo mare tristissimo di Fiumicino per raggiungere un fantomatico autobus che (la leggenda narra) ci avrebbe portate a destinazione. Sono quei momenti che a ripensarci ti viene da ridere e il tuo cervello li classifica come “divertenti” ed “esilaranti” e li mette in una scatola mentale chiamata “esperienze formative”. Ovviamente quando le vivi vorresti solo piangere mentre ti chiedi “ma perché a me?”.
(Nota: chiaramente quella di partire dirette da Roma era stata un’idea di Ila, ma l’ho già perdonata).

La faccio breve dicendo che alla fine sull’aereo ci siamo arrivate tutte intere ed entusiaste, solo che avevamo dimenticato di ordinare il pranzo. In realtà non so come sia andata, perché in seguito Ginny mi ha detto di non aver mai ordinato il pranzo, né tanto meno di averlo pagato. Quindi bo. Comunque eravamo su un viaggio aereo di 9 ore senza niente da mangiare. Chi ci conosce sa quanto siamo povere e quanto poco ci piaccia spendere soldi per il cibo (vi ricordo il pomodoro a pranzo come unica fonte di sostentamento a Gallipoli), quindi comprarlo sull’aereo era fuori discussione.
Io mi ricordo solo di aver avuto davvero fame, potrei dire “non ho mai avuto così tanta fame in vita mia”, anche se quando lo diciamo non è mai vero. Però fa melodramma. Comunque dobbiamo essere sembrate veramente disperate perché Ginny era seduta due sedili più indietro con sua cugina Dianne quando ci ha chiamate per chiederci se volevamo il suo pranzo.
Mi ricordo il momento perfettamente. Mi ricordo che mi sono commossa per davvero, perché è stato un atto di gentilezza del tutto inaspettato, ma soprattutto incondizionato, senza secondi fini.
Per ogni cosa che facciamo c’è sempre un profitto, un vantaggio.
Rimaniamo sul concetto di gentilezza: noi siamo gentili con gli altri perché così gli altri sono gentili con noi. Se volessimo essere cinici, potremmo dire che siamo gentili con gli altri perché vogliamo qualcosa in cambio. Per questo ci rimaniamo male quando sorridiamo alla commessa e lei ci dà il resto in modo svogliato e sgarbato. O quando chiediamo qualcosa educatamente e la risposta di rimando è scortese. Ed è per questo che diciamo per favore, per piacere e grazie, così l’altra persona è più propensa a darci quello che stiamo chiedendo.
Poi c’è la questione che se siamo gentili siamo più facili da amare. Ma questo va oltre le mie scarse competenze. Non sono una psicologa e potrei sbagliarmi, è solo una riflessione personale.
Una delle mie frasi preferite è “The most memorable people in life will be the friends who loved you when you weren’t very lovable”.
La traduzione secondo me perde di significato ma ci provo: le persone più memorabili nella tua vita saranno quelle che ti ameranno anche quando sarai meno amabile/quando sarà più difficile amarti.
Non si riferisce alle persone che trattano da schifo amici/morosi, i quali rimangono vicini lo stesso per svariati motivi (paura della solitudine, abitudine eccecc).
Si riferisce a quando abbiamo avuto una brutta giornata, a quando stiamo vivendo un brutto periodo. O semplicemente quando non siamo al nostro meglio e ci sono persone che rimangono lo stesso.
Mi piace molto il concetto di “not very lovable”. Ci sono volte (più di quelle che vorrei) che rispondo male a qualcuno e me ne pento subito dopo, ma sono troppo orgogliosa per chiedere scusa. Ci sono persone che me lo fanno notare e magari ci scherzano su: “Siamo di buon umore eh oggi?” e altre che invece fanno finta di niente. In ogni caso mi viene solo una gran voglia di urlare “scusa se sono stata una stronza e grazie per amarmi anche quando non me lo merito!!!”.
Non l’ho mai detto neanche a bassa voce, figurarsi urlarlo, ma ci sto lavorando.
L’affetto vero non c’entra niente con il merito, ecco perché queste persone rimangono e non se ne vanno.
A volte sono a letto dopo una giornata da total bitch e mi viene il desiderio di scrivere a qualcuno “grazie per avermi tollerato oggi”.

A questo punto ci starebbe il discorso sul fatto che Ginny e sua cugina ci hanno offerto il pranzo perché questo le avrebbe fatte sentire utili e gentili, le avrebbe fatte sentire meglio vederci contente e felici a causa loro. Quindi in un certo senso non è stata una cosa totalmente senza doppi fini. Diciamo che questo tipo di scambio è sano: io sono gentile con te e questo mi fa stare bene. Quindi vada per i doppi fini!
Mi fermo qui, ma se siete interessati a questi tipi di argomenti vi consiglio vivamente un libro di Anthony De Mello che s’intitola “Messaggio per un’aquila che si crede un pollo”. VIVAMENTE.

Non so perché dal pranzo in aereo sono arrivata qui, scusate.
Stavo dicendo? Ah sì, comunque Ginny e sua cugina ci hanno offerto una parte del loro pranzo e io ero così colma di gratitudine che non riesco ancora adesso a esprimerlo a parole. Pensate sul momento e in inglese. Sono solo riuscita a dire duemila volte “thank you!!” mettendo le mani unite tipo preghiera, non chiedetemi perché. Mi ricordo che avevo il desiderio forte di abbracciarle entrambe.
Ci siamo presentate brevemente e Ginny ci ha chiesto se avevamo dei dollari per quando saremmo arrivate. Io ho risposto che li avevamo già cambiati in Italia perché mia mamma lavora in banca. Ci tenevo molto ad aggiungere questo dettaglio per farle capire che ero una persona affidabile.
Poi ci ha chiesto se avevamo un contatto negli Stati Uniti da chiamare in caso di emergenza. Ovviamente non ce l’avevamo, né pensavamo di averne bisogno. Lei non ci ha pensato due volte e su un foglietto di carta ha scritto il suo numero di telefono e la sua mail e si è raccomandata di scriverle se fosse successo qualcosa. Proprio quando pensavo che non potesse essere più gentile. Incredibile.
Quando poi sono tornata a casa tre settimane dopo e ho cominciato a raccontare questa storia, spesso mi sono sentita rispondere “beh ma ovvio due ragazze carine e pulite come voi, senza tatuaggi e vestite normali, era ovvio che si fidasse”. Non so se il nostro aspetto abbia incoraggiato queste due signore statunitensi a offrirci il loro pranzo, ma sono sicura che da quel momento eravamo connesse in una qualche maniera. Non so spiegarlo, ma c’è stato qualcosa di più dello scambio di numeri di telefono e mail. C’è stato uno scambio di umanità.
Nei giorni successivi io e Ila abbiamo avuto l’idea di cominciare a scriverle da NY per farle sapere che stavamo bene. Ogni tre o quattro giorni le inviavamo una mail in cui parlavamo delle nostre giornate e mandavamo alcune nostre foto.
Non so dire perché sentissi l’esigenza di scriverle, forse perché volevo comunicarle che quel giorno in aereo aveva fatto bene a fidarsi di noi, che aveva fatto bene a donarci il suo pranzo, che non aveva sbagliato giudizio. Volevo dirle che eravamo delle brave ragazze e che in questo mondo spesso crudele è ancora possibile essere gentili e umani.
“Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso”.
Mi è sempre piaciuta questa frase attribuita a Anne Hébert (poetessa e scrittrice canadese). Ormai è diventata mainstream, ma per me rimane magica.
La corrispondenza è continuata anche quando siamo tornate a casa e anche Ginny ha cominciato a raccontarci di lei.
Circa a gennaio mi è venuta questa idea (un po’ folle ma non troppo) di chiederle se poteva ospitarmi o se conosceva qualcuno disposto a farlo. Il piano era di passare l’estate in America ma senza fare le cose tipiche della turista, quella parte l’avevo già vissuta un anno prima. Io e Ila eravamo state a NYC, Philadelphia e Washington.
La priorità per me era vivere per tre mesi la reale quotidianità di persone americane. Volevo constatare la veridicità degli stereotipi, volevo vivere lontana da casa, in un Paese diverso dal mio per capire se ce l’avrei fatta. Volevo mettermi alla prova e volevo vedere cose nuove, creando legami.

In questo momento sto scrivendo dall’isola della cucina della casa a Scranton. Ai muri c’è la carta da parati e per terra la moquette, che loro chiamano rug (tappeto).
Oggi ho cenato alle 16 con pork, mashed potatoes (che alla fine è purè) e una pannocchia di mais. Poi sono stata a un concerto di una tribute band dei Beatles in un parco a 3 blocks di distanza da casa.
Ieri sono andata da sola a NY in autobus e ci tornerò per 10 giorni la prossima settimana con i miei e Ila.
A giugno sono stata in Delaware e in agosto andrò con Ginny in California.
Ogni volta che prendo da bere qualcosa di alcolico mi chiedono l’ID (mostro il passaporto) e anche io ho cominciato a dire “Hi how you doing” senza ascoltare la risposta, ma ogni volta mi sento in colpa e vorrei non averlo detto.
Ho visto i fuochi d’artificio del 4 luglio dal tetto di un edificio altissimo in centro e ho festeggiato la vittoria del mondiale di calcio delle donne di TEAM USA.
La scorsa settimana sono andata a una partita di baseball e ieri per pranzo ho mangiato il pane in cassetta con il burro d’arachidi.

Ogni giorno sono grata di tutto e consapevole di essere privilegiata.
E non so chi ringraziare quel giorno di giugno per non avere ricevuto il pranzo in aereo.

P.S. Allego alcune foto così da rendere concreti certi concetti.

La mia casa a Scranton
Vista di Scranton dal museo della miniera di carbone
Pranzo del 4 luglio
Cena del 4 luglio
Io in una delle nostre gite
Buttermilk Falls
Ginny, Buttermilk Falls
Cayuga Lake
Gin tonic (offerto) alle 16. Ovviamente sempre servito con la cannuccia di plastica
Io alla guida (finalmente!!)
New York City
New York City
Carnegie Hall con il sole
Pausa pranzo in United Nations Plaza
NYC

Delaware

Sono appena tornata a casa. Abbiamo passato una settimana in Delaware e comincio a scrivere perché ho paura di dimenticarmi le cose.
Mi spavento da sola a sentirmi chiamare “casa” Scranton. Soprattutto perché, aldilà della semantica, mi accorgo di provare realmente la sensazione di “tornare a casa”. Come quando non vuoi più stare tra le persone e dici alle tue amiche “Ok rega sono stanca e vado a casa”.
Mi sento come se avessi in qualche modo tradito la mia famiglia. Cerco un sinonimo di “tradire” che sembri meno melodrammatico: essere infedele, abbandonare, ingannare, imbrogliare, rinnegare. Ouch. Lasciamo tradire, penso sia chiaro il sentimento.
Mi contorco un po’ tra un malessere generale e i sensi di colpa, poi realizzo che in realtà chiamo la casa americana “la casa a Scranton” e la casa italiana “casa mia” o “casa casa”.
Fa tutta la differenza del mondo.
Mi sento già meglio, sono ancora io.

Comincio a raccontare.
Tutti gli anni Ginny e la sua famiglia (sono veramente in tantissimi) si ritrovano a passare 7 giorni a Bethany Beach, un paese di mare sulla costa.
Allego mappa nel caso siate troppi pigri per andarla a cercare da soli.

Premessa: la madre di Ginny aveva 11 fratelli/sorelle, i quali hanno avuto innumerevoli figli (cugini di Ginny), alcuni dei quali hanno i propri figli. Ginny chiama tutti “cugino/a e zio/a”, nonostante per noi italiani se mio cugino ha un figlio, io non lo chiamo cugino. Ma la cosa per me singolare è che non ci sono solo parenti di sangue, hanno cominciato a trovarsi a Bethany Beach anche i parenti dei parenti acquisiti. Quindi mi sento serena nel dirvi che ho fatto conoscenza anche della morosa del nipote della moglie del fratello di Ginny.
Scusa, puoi ripetere? No.

Faccio parte di un gruppo di amiche che non riescono a organizzare una serata per uscire durante la settimana. Inutile dire che siamo in 9 e abitiamo tutte vicine. Quindi l’idea che 30 persone che vivono in Stati diversi si trovassero ogni anno nello stesso periodo e nello stesso posto aveva per me del sensazionale.
Mi sono chiesta subito come facessero ad andare tutti d’accordo. Anche nella mia famiglia siamo in tanti (noi però ci fermiamo ai rapporti consanguinei di prima generazione) e so per esperienza che è difficile non litigare mai e non avere niente da dire. Siamo tutti essere umani!
Poi ho capito: il maxi argomento POLITICA è bandito, non se ne può parlare. Perciò è già tutto più facile. Inoltre stanno quasi tutto il giorno al mare a bere birra/vino e quindi ci sono solo positive vibes. E poi in realtà alcuni parenti non si conoscono neanche tra loro.

Una cosa che mi ha fatto molto pensare è che molti non hanno toccato l’acqua dell’oceano con i piedi neanche una volta in 7 giorni. Io ho fatto sempre il bagno, l’acqua non era così fredda.
E allora via che è partita la mia parte razionale giudicante, incontrollabile. Mille pensieri del tipo: “ma che cacchio vengono al mare se poi non fanno il bagno e poi bevono solo e non sanno niente gli uni degli altri perché stanno tutti in superficie e qual è il punto”.
Devo sempre trovare il punto nelle cose, devo sempre trovarci il senso. E quello che vedevo mi creava frustrazione perché non capivo. Ma soprattutto perché pensavo che avere l’oceano a un metro e non toccarlo neanche fosse da pazzi. E ancora: “se devono bere e non parlare di niente allora potevano stare a Scranton”.

Solo l’ultimo giorno ho cominciato a capire qualcosa. Ho capito che sì, effettivamente potevano stare a Scranton. La cosa che a loro importa non è la spiaggia e lo scambiarsi idee diverse e riflettere. Per loro è importante portare avanti la tradizione, rassicurare i familiari più anziani che quando non ci saranno più qualcuno continuerà ad andare lì, che torneranno sempre. Perché quel posto è loro in qualche modo e in questo mondo che cambia continuamente si può contare sul fatto che tutti prenderanno le ferie ogni anno per quella settimana. E tutto gira intorno al principio del “Have a good time”. .

Nessuno torna cambiato da quella settimana, non si fanno esperienze strabilianti e mai provate prima. Si fa tutto sempre uguale e a loro va bene così.
Questa frase me la sono dovuta ripetere spesso. Lo faccio anche adesso che sono tornata a casa, perché mi aiuta a mantenere la prospettiva giusta. A LORO VA BENE COSÌ.
Teniamo il mare come ambito, così mi è più facile spiegare. A me piace cambiare spiaggia tutti i giorni, usare la maschera, prendere il sole, leggere, ascoltare musica, giocare a carte, mangiare un pomodoro e una pesca a pranzo (alcune mie amiche mi rinfacciano ancora che quando siamo andate a Gallipoli dicono abbia cercato di farle morire di fame). Nei momenti di condivisione cerco di aprirmi, di trovare stimoli e crearne, di parlare anche di cose scomode perché com’on, sono le più interessanti!
Dati questi presupposti, è normale che io non riesca a concepire lo stare 8 ore in spiaggia senza fare niente.
E se nei primi giorni ho cercato di esportare entusiasta la mia idea di vacanza con chiunque parlassi, convinta che fosse l’unico modo sensato di vivere il mare, dopo un po’ ho lasciato perdere perché chiaramente non aveva senso.
È come quando in Italia prendiamo in giro la gente che fa le vacanze sulla riviera romagnola. Le battute fanno comunque ridere e penso si possano fare, ma non è che se vado in Puglia in macchina e mi porto la tenda allora sono più figa.
Attenzione: chiaro che c’è gente che passa le vacanze in riviera ma che se potesse andrebbe alle Hawaii, io sto parlando di quelle persone che vogliono andare in riviera e che si divertono lì e che scelgono di andare lì.

Dal momento che non riuscivo a concepire l’idea di passare 7 giorni al mare senza fare nulla, io e Ginny abbiamo fatto due gite.
La prima ha visto come meta Cape May. Allego mappa.

È in New Jersey e bisogna prendere il battello per arrivarci.
È il classico paesino turistico di mare, molto carino. Qua direbbero “it’s nice” che significa che non è niente di che, ma non si può dire e quindi si dice “it’s nice” e tutti capiscono.
Il viaggio con il ferryboat mi è piaciuto di più del paese in sé.
All’andata sono stata tutto il tempo (la traversata dura circa un’ora e mezza) in piedi nella parte davanti (prua o poppa? mai capito) della nave, sentendomi come Rose in Titanic. Non c’è stato nessun Jack.
Con il vento tra i capelli, il sole caldo ma non troppo, la sciarpina che svolazzava leggera, ero certa di avere quello sguardo da ragazza misteriosa/avventuriera/sicura di sé/irresistibile. Sapete no quando vi sentite super fighe e poi per caso vi specchiate in una vetrina e pensate “ommioddio ma io ho avuto questa faccia tutto il giorno??”.
Comunque poco dopo la partenza è arrivato un bambino a fermare la mia meditazione narcisistica. Era con sua mamma e a una certa si è messo a indicare un punto e a urlare “dolphins!!”, con lo stesso trasporto con cui noi urliamo “cavalli!” quando siamo in macchina.
Sfortunatamente in quel momento non sono riuscita a vederli, anche se mi stavo auto convincendo che sì, sicuramente non era un’onda quella che avevo visto, era un delfino.
Verso la fine comunque sono riuscita a scorgere anche i delfini veri e non solo i delfini-onde.
Il viaggio di ritorno è stato divertente perché mentre salivo ho notato che una parte del battello era al sole e la parte opposta era all’ombra. Mi sono diretta verso la parte all’ombra e mi sono seduta. Di fianco a me si è seduto un signore di mezza età che ha dichiarato fiero alla moglie “Ci mettiamo qui perché dall’altra parte c’è il sole e fa troppo caldo”. Ho sorriso dicendo “è la stessa cosa che ho pensato anche io!”. Lui mi ha sorriso di rimando e mi ha sussurrato “smart”. A quel punto io mi sono sentita super intelligente e super sveglia. Tutto perfetto se non fosse che, appena cominciamo a muoverci, inizio a notare che il battello fa retromarcia e quella che era la parte davanti è diventata la parte dietro e noi siamo finiti al sole. Mi sono sentita così stupida che non so spiegarlo.
Il signore di fianco ovviamente ha fatto finta di niente, mentre stavamo tutti e due seduti al sole, attenti a non guardarci. Veramente smart, complimenti. Dopo dieci minuti lui si è alzato e ho immaginato si sia diretto verso la parte all’ombra. Io sono rimasta al sole, con le cuffie nelle orecchie e un sorriso in faccia. Perché non bisogna prendersi troppo sul serio.
Sul serio dieci minuti prima mi ero sentita brillante e intelligente per aver scelto il posto all’ombra? Per così poco? E seriamente ho lasciato che il giudizio di uno sconosciuto influenzasse così tanto la mia autostima? Sì.
Ok e adesso sorrido perché se ci penso è assurdo il modo in cui lasciamo che cose di poco conto ci condizionino.
Sono rimasta al sole perché in realtà ci stavo bene. E ho capito che stare bene è più importante che avere ragione.

Il giorno seguente siamo andate a Assateague Island. E’ un’isola nel Maryland a circa un’ora di distanza da Bethany Beach ed è raggiungibile in macchina tramite un ponte sull’oceano.
Passiamo veloci verso sud, sull’autostrada parallela alla costa, con il cambio automatico e l’aria condizionata. Procediamo di fianco a ristoranti, insegne luminose, parchi divertimenti, piscine all’aperto, motel, hotel, appartamenti da 15 piani.
Dopo tutte quegli elementi costruiti e artificiali, la natura mi appare meravigliosa.
L’isola è bellissima: ci sono cavalli allo stato brado (come Spirit!), piazzole dove si può campeggiare, grigliare. Si può scegliere se si vuole fare il bagno nell’oceano o nelle lagune che separano l’isola dalla terraferma (non capisco la gente che fa il bagno nella laguna, avendo l’oceano dall’altra parte, ma mi appello al principio di prima: A LORO VA BENE COSÌ).
Il primo tratto è gratuito, mentre se vuoi addentrarti c’è una specie di casello dove bisogna pagare 20 dollari di pedaggio. Quando ce ne accorgiamo Ginny dice “20 bucks?? No way, let’s go home”. Cerco di mantenere un’espressione carina e rilassata mentre dentro di me sto implodendo e penso “ma comeeee hai appena speso 90 dollari in alcolici cosa vuol dire che 20 dollari per i cavalli selvaggi sono troppiiiii”.
Ne vengo diplomaticamente fuori con un “Dai pago io, siamo arrivate fin qua!” + sorriso fake. Lei mi guarda e si accorge che ci tengo veramente, quindi acconsente ma facciamo a metà.
Non mi soffermo nel descrivervi l’isola perché 1. le descrizioni sono noiose, 2. tanto non riuscirei a farvi capire com’è e 3. le parole arrivano fino a un certo punto.
Allego alcune foto così riuscite a capire meglio.

Torniamo in macchina dopo alcune ore e Ginny mi ringrazia “You were right, it was worth it!”. Sorrido compiaciuta, manco fosse merito mio se l’isola è meravigliosa. Ahhh l’ego.
Soprattutto mi trattengo dal risponderle “Thank you, I know I was right”. Bisogna rimanere umili, o almeno farlo credere.

Al ritorno in macchina costeggiamo gli stessi motel, ristoranti e parchi divertimenti di prima e mi rendo conto che ci sono molte più persone qui di quante ce ne fossero sull’isola. Onestamente non capisco come faccia la gente a preferire questo genere di divertimento, dove tutto mi sembra finto. Allora cerco di imparare qualcosa anche questa volta. Voglio credere che sia una scelta quella di passare la giornata nel mondo consumistico di sempre, voglio che le persone siano consapevoli di quello che c’è a 30 minuti da loro e che scelgano di non andare. Perché trovo troppo triste il fatto di accontentarsi di quello che si trova davanti a casa, magari lamentandosi pure di quello che si ha e che si fa. Quindi mi ritrovo a sperare con tutto il cuore che davvero a loro vada bene così. Anzi, che a loro vada meglio così. Che preferiscano un parco divertimenti a tema Jurassic Park a un’isola con i cavalli selvaggi e l’oceano.
A casa raccontiamo la nostra giornata agli altri e scopro che molti non hanno mai visitato Assateague Island. Inizialmente mi sorprendo e mi ritrovo ancora una volta a giudicare dall’alto della mia superiorità culturale “ahh questi americani che pensano solo a bere e basta ma come si fa sono così vicini”. Taaaac.
Poi velocissima, non l’ho neanche vista arrivare, mi arriva la consapevolezza di non essere mai stata a Perugia, di non essere mai stata a Napoli, di non essere mai stata a Siena. E comincio a vergognarmi un po’ perché sono una ragazza italiana in Delaware, su questa spiaggia che sembra di stare ai Lidi, e non sono mai stata ad Assisi.

Mi ricordo una frase del 2014 di Papa Francesco che diceva “Vergognarsi è importante perché rende umili”.
Sono certa che non parlasse di vergogne enormi, di dolori infiniti, di grandi rimpianti. Parlava delle piccole cose di tutti i giorni. Neanche io mi sono vergognata all’inverosimile, non ci sono stata male, non è quello che intendo. Ho provato un senso di disagio, un imbarazzo personale, perché ero pronta a giudicare malignamente gli altri quando in realtà io mi stavo comportando uguale a casa mia.
Penso che talvolta sia importante provare vergogna: serve per ricordarci che siamo tutti essere umani e che per questo siamo tutti incoerenti, anche se quando si tratta di noi non lo vediamo chiaramente.
Troppo semplicistico? Può darsi, comunque quando torno in Italia vado ad Assisi.



Tentativo

Volevo cominciare a scrivere qualcosa il giorno dopo il mio compleanno, così avrei potuto iniziare con “Ieri era il mio compleanno e mi è successo questo”. Sapevo anche cosa dire. Era così facile. Ma poi ho perso tempo. Cioè ho fatto altre cose, tipo andare in Delaware e stuff like that. Comunque.

Ah si, il tempo. Beh ecco non ho avuto tempo, quindi ho cominciato oggi che è il 3 luglio. Un mio caro amico mi ha consigliato di scrivere qualcosa del mio periodo qui, perché se non scrivi non elabori e se non elabori poi non integri e se non integri la confusione si accumula e poi ti ritrovi ad essere sempre arrabbiata e a odiare tutti quelli che non sono te e a lamentarti sempre.
Al momento sono a Scranton, Pennsylvania. Starò qui fino a fine agosto e sono ospite di una signora (Virginia, chiamata Ginny) che ho conosciuto l’anno scorso in aereo per NYC. Probabilmente racconterò come è andata più avanti.
Giuro che non scriverò mai cose come “Ho cominciato questo blog perché è bello condividere le esperienze della vita e viaggiare è fantastico”. Cercherò di essere me, quindi a volte sarò banale. Non cercherò di non essere banale, perché poi sarebbe tutto artificioso. I mean, tutte le volte che provi a “fare l’alternativa” (come direbbe mio fratello) in realtà stai facendo quello che fanno tutte le persone che vogliono fare le alternative. Come quando sono andata al concerto di Calcutta (super alternativo, I know) e le persone erano tutte vestite uguali, tutte con il classico outfit da “ah io sono superiore a queste cose e non mi interessano i vestiti”.

In realtà non penso ci sia qualcosa di alternativo a prescindere. Ci sono cose che ti piacciono e che probabilmente piacciono anche a un altro miliardo di persone, ma non sono schifezze a prescindere. E se piacciono ok, non ha senso fare finta del contrario. Non penso che il fatto che una determinata cosa piaccia a poche persone sia indice di qualcosa di nobile e superiore. Semplicemente piace a poche persone.
Mi ci è voluto molto per accettare questa cosa, soprattutto perché quando dici alle persone che ti piace Justin Bieber e che ami Gossip Girl, loro ti guardano con enorme delusione e ti riempiono di “ma da te non me l’aspettavo mica!!”, neanche avessi detto che mi faccio di coca.
Come se dire che
-il mio gruppo preferito sono i Bon Iver
-mi piace la pioggia
-adoro leggere mentre bevo un tè caldo
-mi metto jeans strappati e all star nere
-adoro il mare d’inverno
non fosse banale allo stesso modo. Sono elementi che piacciono a milioni di persone. Eppure sono ancora considerate “cose alternative”. Madonna santa.

Potrei andare avanti a scrivere di questo argomento per ore e pagine infinite, ma non volevo farlo oggi.
“Ma quello che ci piace è sempre influenzato dalla società e dalla cultura in cui viviamo e blablabla” NON OGGI.

Andiamo avanti. Btw ci sono mille argomenti di cui vorrei parlare qui. Farò liste (perché amo fare liste), scriverò flussi di coscienza nonsense, condividerò cose che sento il bisogno di condividere, perché lo sanno tutti che happiness is real only when shared. Farò playlist perché è una di quelle cose che vorrei fare da grande, e poi perché una playlist è una lista. Penso metterò foto e bo, qualcos’altro.
Lo so che ho un vocabolario povero, scusate. Cerco sempre di spaziare con i vocaboli ma mi ritrovo a dire le solite tre cagate usando “cosa”, “cioè” e “comunque”.  

L’argomento di oggi è legato al mio compleanno, ecco perché avrei voluto scrivere tre settimane fa. Molti messaggi di auguri mi hanno fatto pensare. Erano numerosi quelli che dicevano  “Quando tornerai sarai piena di tante cose”/ “porterai un sacco di belle esperienze a casa”/ ”Goditi il tempo che passi lì, avrai tante cose da raccontare quando tornerai”.
Ho ringraziato tutti sinceramente, perché sono dei bei pensieri e bisogna sempre ringraziare quando qualcuno ti pensa e te lo dice pure. Ma non è esattamente quello che penso io.
Il punto è che non sento il bisogno di portare a casa qualcosa, non è una spedizione coloniale, dove si prendono le emozioni e le esperienze e poi le si porta a casa per mostrarle a chi è rimasto. Non funziona così. Io adesso vivo qui e vivo con le persone, le vedo e ci parlo e scambio qualcosa sempre, anche se quando lo faccio non me ne rendo conto. Sono qui e basta, come prima ero lì. Nessuno prima di partire mi ha detto “chissà quante belle cose porterai là”. Ma io porto qualcosa ogni giorno. Non so se mi sono spiegata. Non so se sono stata chiara. “Ma certo che sei Chiara!”. Sorrido sempre a questa battuta, è un riflesso incondizionato. Ovviamente non fa ridere, ma viene naturale essere educata (in questo caso). Se conosco bene l’interlocutore però aggiungo anche un “mmm sai che sei il primo a farmi questa battuta”. Se la persona in questione non coglie il sarcasmo, la depenno dalla mia lista mentale di persone con le quali è interessante passare più di 5 minuti insieme.  Ma questo non c’entra. Cosa stavo dicendo?

Ah si, che non sono qui per aprire il frigo e prendere quello che mi piace e poi tornarmene in camera e chiudere la porta, tutti fuori. Certo, ho fame, voglio vedere e voglio conoscere, ma non sono vuota. Posso riempirmi di più, fare spazio per le cose nuove. È importante chiedersi sempre “E tu cosa puoi portare in tavola?”. Il mondo è una tavola e il meglio che tu possa fare è portare qualcosa, guardare cosa c’è già sopra e poi cambiare i posti. Io porto quello che sono, quello che so, dove sono stata e dove voglio andare. È sempre uno scambio. Ovviamente giudico (è impossibile non farlo) ma cerco di farlo con il cuore aperto, cercando di capire le cose.

Elenco alcune domande che mi sto facendo spesso qui, che sono sicura abbiate sentito altre diecimila volte, ma ve l’ho detto che sono banale.
– perché nessuno va in bici? Perché hanno strade larghe 500 metri e non ci mettono la pista ciclabile?
– perché devono mettere le cannucce nel bicchiere quando sei in un ristorante/bar? Non serve la cannuccia, i bicchieri sono fatti apposta per bere, no?
– quando le persone entrano nei luoghi chiusi con l’aria condizionata a palla, davvero non sentono il freddo o fanno finta di niente? E come si fa a fare finta di niente quando in realtà vorresti metterti il woolrich?
– perché sono rimasti con un’idea dell’Italia del 1950? La globalizzazione non ha colpito pure loro? Non si possono informare? No, non ci piace l’opera e non mangiamo gli spaghetti con le meatballs. E non diciamo sempre Mamma mia. E non tutti amano cucinare. Potrei andare avanti all’infinito.
– perché chiedono sempre “How are you?” e poi non vogliono sentire la risposta?
-perché hanno tutti nomi inventati? E perché del nome Bryan ci sono seimila versioni? Brien, Braian, Bryen, Bryain, Brayan, I mean WHY??
-perché bevono il vino come se fosse acqua? E se te lo offrono alle 15 di pomeriggio (scusate, 3 p.m.) e declini l’offerta, perché dicono “ma come, voi italiani non bevete??”
-perché mangiano solo i mirtilli blu e perché costano così poco tutti i frutti di bosco? E perché la frutta e la verdura hanno forme perfette? Tu ti immagini una fragola nella mente, e la trovi così, perfetta.

Ovviamente sono tutte cose che mi fanno sorridere, continuare a fare paragoni con casa mia è inevitabile. In ogni conversazione mi ritrovo a dire almeno una volta “in italiano questo si dice così” oppure “in Italia non ce l’abbiamo questo”. Secondo me risulto pesante, ma loro sono carinissimi e non me lo dicono.

Mi piace l’idea che, anche se ormai tutti possiamo andare ovunque (o quasi), certe differenze rimangano. Quindi mi faccio domande e spesso rimango senza risposte, è semplicemente così. Ma mi adatto e non penso che il mio modo di vivere sia migliore, è semplicemente diverso. E qui non si pranza con la pasta e si cena alle 18. Ok, fine by me!

Sono andata oltre, non so dove sono andata, non so dove volessi andare.

Cerco di godere del tempo qui e del fatto che abbia 25 anni, perché invecchiare è un miracolo. Amo la pioggia (la amo davvero, non voglio fare l’alternativa) e quando c’è il sole cerco di pensare che magari qualcun altro è contento al mio posto. E quando bevo il caffè americano non penso “ahhh in Italia abbiamo il migliore caffè del mondo” sentendomi fiera. Non è merito mio se in Italia c’è una cultura del caffè di un certo rilievo, io sono semplicemente nata ed era così. Questo è un altro argomento che mi sta a cuore, vedrò di svilupparlo le prossime volte.

Vorrei tanto usare frasi come “Le persone si dividono in due: …” e “Non è tanto importante A, ma B” o ancora “Quello che importa è che alla fine della giornata..”. Vorrei tanto usarle, ma la verità è che io non so niente e ogni giorno mi sorprendo delle poche cose che so.

Finisco con una breve poesia che mi ha confortato nei primi giorni qui.

GLI ANNI MERAVIGLIOSI

Perché il nostro unico nido
Sono le nostre ali

Erik Lindegren

Chiara

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